Enea e Bigiarelli: L’Eneide e la fondazione biancoceleste

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Scorreva già allora il Tevere, quando Enea arrivò nel Lazio, dopo le sue infinite peregrinazioni in fuga dalla città di Troia. Fu quello il primo luogo dove approdò con gli altri esuli greci, compagni della disfatta subita ad opera degli Achei dalla loro città natale. Un lungo e pericoloso viaggio dopo una bruciante sconfitta, con il Mediterraneo a dipingerne lo sfondo incerto. A raccontarlo è il Sommo poeta Virgilio nell’Eneide, il poema epico che narra la fondazione dell’Urbe.

Un altro viaggio, un’altra battaglia persa tragicamente, è quella di Adua. Siamo nel 1896 e le truppe italiane, giunte in Abissinia per legittimare una corsa al colonialismo mai raggiunto, vengono piegate in una vera e propria carneficina. Il Negus Menelik II con 100 mila uomini annienta i 15 mila soldati italici, lasciando un migliaio di superstiti. Uno di questi è un ragazzo di ventuno anni, sottoufficiale dei Bersaglieri: Luigi Bigiarelli. Così giovane aveva già capito quanto potesse essere dura la vita.

Pochi anni dopo c’era ancora il Tevere che scorreva placido, eterno testimone di tante vicende, ad illuminare con i suoi riflessi Piazza della Libertà, appena dentro il quartiere Flaminio. In quella piazza c’era Luigi Bigiarelli, tornato a Roma, insieme ad altri 8 compagni. Il vento soffiava sui baveri delle loro giacche, facendo sentire il freddo del primo Gennaio del nuovo secolo: il 1900.

Da quel giorno, il 9 di Gennaio, un altro mito di fondazione sarebbe stato regalato alla Città Eterna, quello della Prima squadra della Capitale. La Lazio.

Enea dovette combattere diversi popoli, insediati nel territorio romano, per conquistare la supremazia delle sue nuove genti: i Latini. Tutto ciò viene raccontato nella seconda parte dell’Eneide, una battaglia che vede uscire vittorioso l’eroe Troiano, figlio del mortale Anchise e di Afrodite, dea della Bellezza. Una figura mitica che doveva legittimare la dinastia Giulio-Claudia e il committente di Virgilio: l’imperatore Augusto.

Anche noi tifosi biancocelesti possiamo fregiarci di tutto questo. I primi a nascere, da un eroe sopravvissuto ad una delle battaglie più drammatiche della storia della nostra nazione. Siamo nati per l’istinto unico e spontaneo dell’animo umano, non dettato a tavolino da un regime politico. Siamo nati in un luogo preciso, dove batte il cuore di Roma e dove scorre lo stesso fiume che vide Enea, il Tevere. Abbiamo, come la città di Roma, un richiamo alla storia greca: il bianco ed il celeste, un omaggio alla bandiera ellenica e alle prime Olimpiadi moderne. Competizione che si svolse proprio mentre Bigiarelli combatteva in Africa. Abbiamo i nostri racconti, storie di un reale che diventa fantastico con il passare degli anni. Abbiamo le nostre disfatte ed i nostri trionfi, come ogni popolo della Terra. Ciò che conta però, è che non c’è partita che possa cambiare la storia, ineluttabile realtà di una supremazia per Ius Sanguinis.

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