Occhio d’Aquila – A.S. Roma: BENVENUTA A SAMARCANDA

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Ci sono più di cento anni (per loro qualcuno in meno) a sottolineare le differenze tra Lazio e Roma. Divergenze ontologiche, intime, che sfiorano quasi l’esistenzialismo. In questa stagione, in poco più di due mesi, si è rivelato nuovamente il destino dei giallorossi. Implacabile, quasi umano nella sua puntualità. Come gli Dei greci di Omero, che combattevano insieme ad Achei e Troiani, in prima persona. Perdere, nell’attimo esatto in cui non puoi, in cui non devi. Nel modo in cui non devi.

La Roma vince nell’essere comune. Vince i derby ordinari. Ha più tifosi, ha più massa. La Roma ha più giornalisti (Sky e Mediaset hanno commentato il derby con Compagnoni e Pardo, entrambi lupacchiotti dichiarati). La Roma è per chi ama essere circondato dal branco, protetto, spalleggiato. Se avete paura di schierarvi, amate parlare molto e fare pochi fatti, siete romanisti perfetti.

La Roma ha provato a scappare dalla guerra, dalla sua Caporetto. Dal 26 maggio. Dal 2013 ad oggi ha vinto tanti derby, ha vinto quello d’andata. Eppure quel senso di incompiuto, di vuoto, di smania, non è mai passato. Come il soldato di Vecchioni.

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E domenica era tutto pronto per l’ennesima festa anticipata, come piace a loro. Perché il romanista inizia a festeggiare il compleanno una settimana prima. Ti dice già con quali voti uscirà alla fine dell’anno quando è ancora novembre. E’ quello che a calcetto negli spogliatoi ti dice “Ve sfonnamo”, poi dopo 10 minuti si fa male da solo. Il romanista è quello che si fa la foto con il macchinone, poi messo via il cellulare rida le chiavi al vero proprietario.

Così come gli scarpini celebrativi di Totti, eletto dalla Nike ottavo re di Roma, al suo ultimo derby: “Vinciamo noi 2-0” aveva dichiarato il capitano giallorosso. Come a dire: 40 anni e ancora non ho imparato la lezione. Però la Sud è rientrata, Nainggolan assicura a tutti di fidarsi di lui. La Lazio a pochi attimi dal derby perde pure Immobile. Sarà festa grande, sarà un trionfo. Sventolano le bandiere a inizio partita.

Le squadre entrano in campo e appare l’ennesimo scempio: SPQR stampato sulle maglie. Senatus populusque romanus. La sigla che per secoli ha contraddistinto l’impero romano. Impero che ha conquistato tutto il mondo al di fuori di Roma. Ma l’ As Roma, cosa ha fatto al di fuori dell’Italia? NIENTE. E via ad una delle appropriazioni indebite più brutte e mal calzanti della loro breve storia. Perché addosso a loro anche quella sigla diventa coatta, un rimando che al massimo può ambire al film di Boldi e De Sica del 2000. Trash come i giallorossi.

La partita di per se è già storia:lo strapote re della grinta, dell’umiltà, della forza, sulla boria e sulla strafottenza. Nonostante tutto. E quel tutto si chiama Orsato. L’arbitro regala un rigore inesistente alla Roma che pareggia, ne nega uno clamoroso alla Lazio.

Segna De Rossi e si apre un nuovo capitolo: il coraggio. Capitan futuro urla e guarda la Nord, ma non si ferma, si volta e corre. Ha provato ad imitare Chinaglia, ha provato ad imitare Di Canio, ma non ce l’ha fatta. Chissà, sapendo di non poter contare più sull’aiuto delle sue chiamate speciali, ha preferito evitare rischi. Non ha avuto il coraggio.

Finisce il primo tempo e ovunque, sugli spalti e non, si festeggia il rigore più imbarazzante della storia dei derby. Eh però la juve…

Nella ripresa non c’è storia: date a Cesare quel che è di Cesare! E non sono quelli con scritto SPQR. Prima Basta infila il due a uno. Poi scende in campo lui: il boia, il giustiziere.

La morte si chiama Senad ed ha la maglia numero 19. Leggenda dice che appare nel secondo tempo per spaventare gli strafottenti, come i tre fantasmi del natale. La realtà è che Vecchioni si è ispirato a lui scrivendo la famosa canzone Samarcanda. Era Lulic che correva sulla fascia, nonostante i tentativi di cancellare la storia da parte dei romanisti.

La appoggia a Keita il prode Lulic, ed è 3 a 1. Partita finita. Festa biancoceleste e Roma sconfitta. Ancora.

 

Romanista, benvenuto a Samarcanda

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