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Inter: a riaccender le stelle sfortunate ci ha pensato Handanovic

Inter Torino 2-2

Un’Inter quasi perfetta nel primo tempo si dimentica di scendere in campo nel secondo

Handanovic regala i goal; gli altri alla ricerca della personalità e della forma ancora lontana

Guardare certe partite dell’Inter, mi fa pensare al mio esame di maturità: stesso andamento assurdo.

Dopo degli scritti brillanti, mi presento all’orale: si parte con italiano, rispondo brillantemente, si prosegue in scioltezza con latino e il mio amico Tacito, poi greco, perfetta anche lì, ci si sposta su storia dell’arte, tutto bene.

Poi arriva filosofia e quella domanda che sembrava innocua: «Mi parli di Kierkegaard». A quel punto nella testa cala il buio e vi risuona solo una voce: “Kirkechi?”.

Ancora adesso, a tanti anni di distanza, ho il dubbio di averlo detto a alta voce. La faccia della mia professoressa di chimica, che mi voleva bene e seguiva il mio esame con grande partecipazione, mi fa propendere per il sì. La Caliento, così si chiamava, mi guardava con espressione dapprima perplessa, poi basita e infine dispiaciuta.

E mi immagino che quelle stesse espressioni si siano susseguite sulle facce di tutti i 60000 a San Siro e dei tifosi a casa, con la differenza che all’ incredulità e alla delusione si è aggiunta presto anche la rabbia.

Inter il tifoso prova rabbia

Rabbia per una partita buttata via, nel vedere i propri giocatori vanificare il loro lavoro e l’entusiasmo e con quello le aspettative di tutti noi.

Rabbia perché ancora non ci riusciamo a scrollare di dosso la netta impressione che a questa squadra manchi il nerbo, la personalità per andare oltre agli episodi, oltre la sensazione di sentirsi troppo forti e troppo deboli nell’arco di pochi minuti o di poche azioni.

A che serve giocare un primo tempo come quello di ieri, vedere tanta corsa, determinazione e brillantezza se poi al primo errore, al primo contrattempo crolliamo e non sappiamo reagire?

Un gol come quello di Perisic, l’assist di Icardi, la prima rete di De Vrij in nerazzurro, il palleggio pressoché perfetto nel primo tempo che ha neutralizzato il Torino, le azioni in velocità, i cambi di gioco perfetti (per esempio il lancio al bacio di Perisic per Politano) il pressing efficace hanno fatto sbrilluccicare gli occhi ai tifosi.

Quelli di ieri sono stati quarantacinque minuti di gioco pressoché perfetti, e ci hanno fatto pensare che Sassuolo era stato solo un incidente di percorso, una brutta giornata ormai alle spalle e che quella di ieri sera sarebbe stato il primo squillo di una stagione che sarebbe stata lunga, ma tutta da vivere.

E invece poi è iniziato il secondo tempo: Handanovic

Un secondo tempo talmente brutto da far pensare che negli spogliatoi qualcuno abbia rapito i nostri giocatori e li abbia sostituiti con i fratelli incapaci.

Siamo scesi in campo con sufficienza, con la convinzione che il più fosse fatto, quando invece con ogni appoggio sbagliato, con ogni errore non abbiamo fatto altro che dare fiato e speranza al Toro che ha iniziato a crederci e a metterci alle corde.

L’evidente calo fisico, gli errori individuali e la “forza mentale questa sconosciuta” hanno fatto il resto, permettendo al Torino prima di rientrare in partita e poi di agguantare, e pure meritamente, il pareggio.

Il primo gol è per me qualcosa di incomprensibile. Su quel lancio è evidente come tutta la squadra sbandi, come una copertura diversa a centrocampo e dietro avrebbe evitato a Belotti di presentarsi solo davanti ad Handanovic.

Ma, detto questo, esattamente cosa è passato per la testa al nostro portiere?

Più lo riguardo e più mi chiedo cosa volesse fare, con quell’uscita scriteriata in laterale a spalancare la porta. Avrei preferito che gli fosse uscito sui piedi rischiando, o magari provocando un rigore con annessa espulsione, almeno avrei capito il suo intento e avrebbe avuto una logica.

Ecco quell’uscita a farfalle di Handanovic è l’emblema del nonsense della partita di ieri

E da quel momento le cose non sono migliorate, anzi.

La confusione e l’approssimazione sono continuate quanto e come prima del gol, non c’è stata reazione, né la capacità di stringere i denti per evitare di essere riagguantati dal Torino di Mazzarri.

Già, Mazzarri, proprio lui, il vate di San Vincenzo. Oltre al danno non ci siamo neanche risparmiati la beffa di vedere uno dei nostri allenatori più “odiati” del recente passato andarsene via tronfiante da San Siro. E questa volta dobbiamo pure dargli ragione, perché il secondo tempo della sua squadra è stato ottimo e si è meritata il pareggio.

Anche la serie di batti e ribatti sul secondo gol, hanno confermato la voglia di una squadra di non uscire sconfitta e l’incapacità dell’altra di reggere l’urto di un avversario di media caratura.

Se volessimo parlare dei singoli, le responsabilità di Handanovic sono talmente evidenti e macroscopiche da non meritare ulteriore sottolineatura

Tra l’altro quello di Handanovic è uno strano destino, oscilla tra il ruolo di salvatore della patria a quello capro espiatorio con una frequenza a dir poco sconcertante. È capace di compiere dei veri miracoli, il nostro Handanovic, così come di incappare in topiche che stenderebbero un toro, o lo resusciterebbero come successo ieri sera.

È capitato in una squadra che da sempre ha una grande tradizione di portieri, e dove i tifosi sono propensi ad innamorarsi del loro estremo difensore, eppure tra Handanovic e noi la vera scintilla non è mai scattata.

Forse perché prima di lui abbiamo visto le gesta di uno come Julio Cesar, che si buttava sempre, faceva miracoli, non si scansava e che quando commetteva errori – e li commetteva anche lui, soprattutto nei suoi ultimi anni in neroazzurro – sapeva farsi perdonare o con una reazione immediata (penso a Napoli Inter stagione 2007/2008 o ai quarti di Champions contro il Bayern Monaco) o tornandosene a casa a piedi, tra i tifosi a testa bassa.

Era un estroverso Julio, conquistava anche con la simpatia.

Mentre Handanovic è più riservato, e meno si perdona a chi resta sulle sue. Dichiara ogni anno di voler giocare la Champions, come se un fallimento stagionale non sia passato anche nei suoi guantoni, ma poi resta per mancanza di offerte.

Mi rendo conto che sia una cosa ingiusta, perché negli anni di militanza all’Inter Handanovic ha spesso salvato la nostra porta, e diciamolo, al di là di ieri sera è un buon portiere, tra i  migliori, ma la sua apatia in certi casi, il suo non tuffarsi in certe occasioni perché già arreso di fronte alla possibilità di arrivarci, lo hanno in qualche modo reso meno vicino ai suoi sostenitori e quindi il facile bersaglio dei nostri strali.

Inter: ma non è solo colpa di Handanovic

Tutta la squadra ha mollato, forse anche per mancanza di fiato.

Ci sono i tanti reduci del mondiale che per forza di cose non hanno i novanta minuti nelle gambe e purtroppo uno di loro è quello che ha in mano le chiavi del nostro centrocampo e del nostro gioco (Brozovic), e anche tutti gli altri non sono al massimo della condizione, perché evidentemente la preparazione è stata fatta pensando a una stagione lunga con l’impegno della Champions League, almeno in questa prima parte di stagione.

A peggiorare le cose ci sono stati anche gli acciacchi in corso d’opera di Vrsaljko, Asamoah e Icardi che, a quanto dichiarato dal tecnico a fine gara, hanno condizionato la sua scelta e la tempistica dei cambi.

Eppure forse anche dalla panchina qualcosa di più si poteva fare, se le condizioni fisiche dei calciatori sono queste, forse sarebbe stato meglio adottare altre soluzioni.

Forse sbaglio, ma mi sembra che anche Spalletti debba un po’ adattarsi a questa nuova Inter, dopo l’immenso lavoro fatto la scorsa stagione, nella quale ha ottenuto il massimo con uomini contati, superando anche un momento di blackout che ancora ci rimbalza davanti agli occhi quando vediamo scempi come quelli di ieri.

E come premio per i risultati ottenuti lo scorso anno, la società gli ha regalato una squadra nettamente più competitiva, seguendo le sue indicazioni e adesso sta a lui usarla al meglio.

Per quanto visto nella sua prima stagione a Milano, non ho dubbi che Spalletti ne verrà a capo, spero solo al più presto, perché questo clima da “crisi Inter” non fa storicamente bene ai nostri colori. Il vicino rientro di Nainggolan, giocatore sul quale Spalletti ha puntato tutto o quasi, fa ben sperare.

Al triplice fischio cosa è rimasto in casa nerazzurra?

Tanta frustrazione, rabbia e incredulità per le prestazioni di una squadra che avrebbe dovuto mangiare l’erba e che invece si trova già ad arrancare tra lo scetticismo e gli attacchi della stampa, come al solito ben lieta di rotolarsi tra le nostre magagne, e i  mugugni più che giustificati dei tifosi. Mugugni che a lungo andare potrebbero diventare un problema per giocatori tanto umorali, ma che hanno e devono sentire la responsabilità dell’amore di un popolo che anche ieri sera ha riempito San Siro, nonostante la prima uscita a vuoto.

Come è possibile sentire Spalletti a fine gara dichiarare che dopo il loro gol «ci siamo persi»?

Lucianone da Certaldo ci vuole forse dire che dopo sette anni, millemila allenatori e giocatori, per la maggior parte a dire il vero mezzi-giocatori non da Inter, siamo ancora infettati da quel virus che ci ha colpito così crudelmente  in quella settimana maledetta in cui abbiamo buttato via scudetto e semifinale Champions prendendo la bellezza di 8 gol tra Milan e Shalke 04, buttando alle ortiche una cavalcata e una rimonta straordinaria?

Quelle sconfitte avevano un nome, si chiamavano fine ciclo di una squadra e di uomini straordinari che non solo ci avevano portato sul tetto del mondo, ma tenevano alla maglia nerazzurra come fosse la loro seconda pelle. Ecco per me il nostro più grande errore è che in sette anni non siamo riusciti a costruire uno zoccolo duro che “senta” cosa voglia dire essere parte dell’Inter, che voglia dare tutto per questi colori, che cerchi di superare i suoi limiti per orgoglio personale e perché la voglia di vincere deve essere il pane quotidiano.

E in questo senso, al di là di ogni considerazione tecnico-tattica o finanziaria, per me uno come Rafinha era imprescindibile.

Dopo tanti anni di mezzi figure, quest’anno abbiamo finalmente una squadra vera, con campioni (tra cui tre  finalisti mondiali), qualche giocatore di esperienza e giovani di belle speranze, possiamo veramente dire la nostra.

Sempre forza Inter

E allora forza, smettiamo con questi atteggiamenti da psicolabili, basta con scuse per cui essere l’anti-Juve mette troppa pressione, come ha detto ieri Spalletti.

Dopo il mercato di questa estate i fari spenti non sono un’opzione.

L’opzione è giocare, lavorare, rendere realtà quel potenziale che non è solo un’ipotesi, ma è quello che ci hanno fatto vedere nei primi 45’ minuti della partita di ieri. Qualsiasi altra scelta, ci relegherà in quel limbo nel quale ci siamo crogiolati per troppo tempo e che non deve appartenerci più se davvero vogliamo essere lì fuori #arivederelestelle.

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