Addio a Mancini, l’accumulatore compulsivo

296

Si conclude nel peggiore dei modi il Mancini-bis. Divorzio al culmine di un rapporto arrivato ai minimi termini con società e tifosi (i quali si dividono sulla risoluzione). Esperienza tra luci ed ombre; attese deluse, ma anche il merito di aver riportato l’Inter nelle zone che contano ed aver attratto giocatori di livello nonostante l’assenza dall’Europa. Visioni differenti tra le parti, ma la situazione andava gestita diversamente, perché un avvicendamento ora rischia di compromettere la stagione, che non può essere di transizione. Si riparte da De Boer, non un traghettatore (si spera), con tanti dubbi da risolvere.

7 Agosto 2016, l’estate trascorreva tutto sommato tranquilla e tra un video di Gianluca Vacchi e l’altro ci godevamo Olimpiadi e mare (poco, a dire il vero). Insomma, per una volta il calcio importava un po’ meno a tutti. Ma proprio mentre eravamo tutti intenti a festeggiare il doppio oro appena conquistato dagli azzurri a Rio, arriva la notizia improvvisa: Mancini e l’Inter si separano. Sì, il 7 Agosto, a due settimane dall’inizio del campionato.

Certo, non è stato del tutto un fulmine a ciel sereno, visto che da settimane il rapporto fra tecnico e società pareva tutt’altro che idilliaco. Quasi tutti però pensavamo che la situazione potesse alla fine rientrare, dati contesto, motivazioni e tempistiche. Sarebbe stata la scelta più logica. E invece no, il buonsenso è andato a farsi benedire e si è optato per una separazione da cui escono male praticamente tutti.

Dicono che la goccia a far traboccare il vaso sia stata la batosta contro il Tottenham, dopo quelle con Bayern e PSG, ma si tratta pur sempre di amichevoli che già furono fuorvianti l’estate scorsa, come già detto in precedenza. Persino il Barcellona ha preso 4 scoppole dal Liverpool, più avanti nella preparazione come i connazionali londinesi.

Quali siano state le frizioni tanto insanabili da costringere il Mancio a fare le valigie lo sapranno probabilmente solo i diretti interessati, benché ipotesi di ogni tipo siano state avanzate negli ultimi tempi. Per quanto  ne so, però, ad incidere è stato un tratto fino ad ora trascurato della personalità di Mancini. Il tecnico di Jesi è infatti un accumulatore. Un accumulatore compulsivo.

Tutto ha inizio agli albori della carriera da allenatore, quando il giovane Roberto comincia ad accumulare sciarpe. Invernali, primaverili, lunghe, corte, di qualsiasi colore. Le sfoggia man mano in panchina, e intanto le accumula. Poi le sciarpe non bastano più e si passa ad altro, fino ad arrivare ai calciatori. Già nella sua prima esperienza nerazzurra aveva fortemente voluto giocatori che poi sono rimasti quasi sempre seduti in un angolino a guardare, per poi andarsene alla prima occasione utile: Cesar, Luciano, Wome, Davids, Solari, Pizarro sono solo i nomi più celebri. Ma in quel periodo l’Inter vinceva e aveva soldi da spendere, quindi passava tutto in sordina, anche il caratterino di Mancini.

Al suo ritorno a Milano lo jesino ha trovato una situazione completamente diversa: nuova proprietà, pochi spicci e zero trofei. Tuttavia Roberto l’accumulatore ha continuato a pretendere nuovi acquisti. E così in un anno e mezzo ha convinto la società a farsi comprare: Santon, Brozovic, Felipe, Shaqiri, Podolski, Miranda, Murillo, Telles, Montoya, Melo, Kondogbia, Jovetic, Bianiany, Manaj, Perisic,Ljajic, Eder, Banega, Ansaldi, Erkin ed infine anche Candreva, giusto un paio di giorni prima di andarsene. Ed un altro paio erano in programma proprio in questa sessione. Accontentato in tutto e per tutto, anche se un terzo dei suddetti è stato accantonato dopo qualche mese. Lui continuava a chiederne e la dirigenza a comprarglieli. Tutti tranne uno. Un certo Yaya. Ma questa è un’altra storia.

In panchina poi sembrava sempre più imbronciato, poco attento al lavoro sul campo e più a polemizzare all’esterno. Non sfoggiava nemmeno più sciarpe nuove, da quando gli avevano regalato quella con le preghiere in tutte le lingue del mondo. E questo probabilmente ha inciso sulla scelta di andar via.

Mancini voleva essere un manager all’inglese, avere carta bianca in sede di mercato, portare avanti le trattative telefonando a destra e a sinistra, spendendo quanto preferiva. La società (che intanto ha anche cambiato proprietà) non era più così incline ad assecondare il disturbo da accumulo del tecnico, visti anche i risultati  sul campo non in linea con le sue richieste. Che poi a ben vedere l’insoddisfazione era ingiustificata, tenendo conto di un Europeo che ha bloccato il mercato in generale per un mese. Di fatto tra le rivali solo la Juventus si è rafforzata, mentre Napoli e Roma si sono indebolite (proprio a favore dei bianconeri) e Fiorentina, Milan e Lazio sono rimaste al palo.  Visioni differenti anche sulle cessioni, pare, con il tecnico che avrebbe ceduto volentieri Icardi per soldi (tanti) più Gabbiadini, mentre i cinesi non volevano sentirne. Il Mancio non poteva proprio sopportare di essere l’allenatore più pagato della serie A e doversi preoccupare solo di allenare e così si è arrivati alla rottura.

Doveva essere la stagione delle conferme, delle consacrazioni, ed invece ad Agosto inoltrato, a tredici giorni dall’inizio del campionato, ci troviamo con un ribaltone in panchina, una nuova società, un capitano col mal di pancia ed un vice allenatore che non ha nemmeno fatto in tempo ad aggregarsi alla squadra e già deve andarsene. Sì, perché nessuno pensa al povero Gregucci. Tanto voluto da Mancini, ha lasciato l’Alessandria rinunciando ad altre proposte per andare all’Inter, ed ora si ritrova quasi sicuramente appiedato, a meno che non venga confermato come vice del nuovo tecnico. Gregucci si trova nella situazione di chi lascia la ragazza per una che poco dopo parte per l’Erasmus. Da questo divorzio guadagnano tutti: Mancini prende una ricca buonuscita, Thohir il suo olandese preferito, Suning si toglie un elemento scomodo dal groppone e Ausilio non deve più fare i salti mortali da compagno in gravidanza per soddisfare le voglie estemporanee di Roberto. Tutti tranne lui, l’ennesimo sfizio del Mancio. Sedotto e abbandonato.

Come inizio non c’è male.
A sbrogliare la matassa dovrà pensare il nuovo tecnico, che sarà Frank De Boer, olandese ex Ajax che da sempre è stato il preferito di Thohir per la possibile successione di Mancini. Il problema è che Thohir non è che sia proprio un espertone in materia. Basti pensare al fatto che Ventola sia il suo giocatore preferito della storia nerazzurra. Non bastasse già questo insieme alle tempistiche  per considerarla una scelta azzardata, aggiungiamo che De Boer non conosce il calcio italiano e non ha accumulato moltissima esperienza in panchina. Certo, gli va riconosciuto il bel gioco mostrato ed il lavoro ottimo con i giovani, ma basterà per essere una sorpresa in positivo e non deludere il popolo interista? Per ora non ci resta che sperare che Napoli e Roma non spendano bene i soldi incassati per Higuain e Pjanic, altrimenti sono guai.

Di certo sono contenti ora i detrattori di Mancini, che stanno festeggiando il divorzio come se ci si fosse liberati dell’unico male. Io non sono mai stato un manciniano convinto, ho lodato l’allenatore quando meritava e l’ho criticato quando necessario, ma da qui a definire la sua gestione fallimentare ce ne vuole (miglior piazzamento negli ultimi 5 anni). E da festeggiare qui c’è poco; perché è inutile dirlo, cambiare ora vuol dire buttare via un anno e mezzo di lavoro per ricominciare tutto da capo, senza averne il tempo materiale. La situazione andava gestita diversamente. Quindi adesso l’unico modo per portare a termine una stagione positiva è continuare sulla strada già tracciata, correggendone il tiro dove serve. Anche perché di buono c’è che Miranda, Murillo, Kondogbia, Perisic e compagnia sono già (finalmente) inseriti e la squadra va solo registrata con gli accorgimenti necessari. Certo, manca ancora un regista ed un terzo centrale di livello (a meno che De Boer non resusciti a livelli da top di ruolo Ranocchia ed Andreolli, ma rimaniamo realisti) ed ora magari le preferenze dell’olandese saranno più modeste e congeniali.

La domanda che ci si pone ogni volta che cambia gestione tecnica di un club è: cosa ne sarà dei giocatori attuali? I protagonisti saranno sempre gli stessi? Che ne sarà dei nuovi arrivati? E di quelli sul piede di partenza? E di coloro messi da parte da Mancini? Ci saranno cambi di formazione che scontenteranno qualche giocatore chiave? Che futuro poi per Sylvinho e Carminati? Che modulo verrà utilizzato? Ma soprattutto, che ne sarà di Gregucci?
Se De Boer è intelligente, non imporrà un suo modulo predefinito, ma si adatterà alla rosa, in cui a dire il vero le scelte sembrano comunque scontate, perché vi è una certa discrepanza tra titolari e riserve (pur di sicuro livello). E chissà che le sorprese non possano essere Assane Gnoukouri e/o Daniel Bessa, data la propensione dell’olandese al lavoro coi giovani e le necessità nel ruolo.

Una situazione per certi versi simile a quella vissuta dalla Juventus due anni fa, con l’avvicendamento Conte – Allegri a preparazione inoltrata. Allegri fu bravo ad adattarsi e proseguire sulla strada del suo predecessore, correggendo man mano, e sappiamo tutti com’è andata. Ma è anche vero che quella era una squadra con delle certezze che l’Inter attuale non ha.

Troppi dubbi, a cui solo il tempo (che non è dalla nostra) saprà dare risposte. Ma il mio pensiero principale resta sempre uno solo: salvate il soldato Gregucci.

Previous articleWWE – Tutti i risultati di Raw 08/08
Next articleBeach Volley: Ranghieri e Carambula volano agli ottavi!
Interista; considero il calcio un divertimento, e come tale non va preso troppo sul serio. Così come i miei articoli. Non credo nelle autodescrizioni. Non puoi chiedere a qualcuno di descriversi oggettivamente. Non può, per natura. Quando ci guardiamo allo specchio, ad esempio, ci vediamo 5 volte più belli di quello che in realtà siamo. Ecco perchè hanno inventato le foto. Poi sono arrivati il fotoritocco, Instagram e i filtri, ma per fortuna abbiamo ancora la fototessera sui documenti. Dicono che un ladro non ammetterebbe mai di essere un ladro. Ma io non sono mica un ladro.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.