Bauscia contro Casciavit, Inter contro Milan… una storia lunga 100 anni…

Bauscia-Casciavit: perché questi due soprannomi?

Per prima cosa partiamo, nel parlare di Bauscia e Casciavit, da una pura questione linguistica. In dialetto milanese cosa significa e cosa significava “Bauscia” e “Casciavit”?

L’etimologia della parola precisa è la seguente: /baˈuʃʃa/; in lombardo /baˈyʃa/, spesso reso baüscia. Noi oggi conosciamo il significato della parola come sinonimo di “millantatore”, ma nel senso letterale indica semplicemente la “bauscia”, cioè la bavetta e quindi la saliva.

Dalla salivazione è quindi, per metafora, arrivato a indicare “il parlare affascinante”. Per meglio dire oggi: “aver la parlantina facile”. Quindi, in sostanza, chi erano più di un secolo fa i “Bauscia”? Parliamo nel caso specifico dei primi decenni del secolo scorso.

L’origine antropologica del vocabolo sembrerebbe essere collegato alla zona lombarda nota per la produzione immobiliare: ovvero Lissone. I signori, detti bauscia, erano quelli che si disponevano presso i confini dei paesi e accoglievano i forestieri. Quindi li portavano nel paese, cercavano per loro botteghe e artigiani e si facevano pagare per questo servizio. La loro principale qualità era quella che di abbindolare i turisti. Cioè sapevano fare il commerciale di oggi.

Da qui l’accezione del vocabolo si è allargato a indicare una tipologia di imprenditore: per nulla innovativo; egogentrico; poco incline al lavoro collettivo; e addirittura uno che interviene in questioni di lavoro non di sua competenza. Attenzione, questa terza definizione di bauscia sopraggiunge quando l’industria italiana fa il grande salto. Per cui passa da piccola impresa a industria settoriale. Per cui si allargano le aree industriali e si definiscono i compiti, gli aspetti e si ramificano i processi.

Dalla figura imprenditoriale, per traslato sociale, la parola è andata a identificare un tipo di atteggiamento, di comportamento. Il bauscia è diventato chi spesso si dà delle arie, che ha un fare da sbruffone e che racconta o parla di cose poco credibili che ha fatto, fa o vive o ha vissuto. E ancora oggi questo significato è rimasto quello odierno con cui si utilizza in Lombardia e nel Nord d’Italia l’aggettivo. Che ha, sempre, valore spregiativo.

Bauscia-Casciavit: significato nel calcio

Storicamente si sa che l’AC Milan e l’Internazionale (oggi Inter) nacquero rispettivamente nel 1899 e nel 1908. Quindi, esattamente, quando la figura del bauscia si modificò in quella imprenditoriale. In particolare quale sinonimo stretto di industriale. E l’industriale di quel tempo era collegato alla classe sociale della borghesia medio/alta. E quale classe sociale, per antonomasia, si oppone a quella degli industriali? Quella operaia. Ma nel milanese dialettale l’operaio era detto, fino a sessantanni fa, “casciavit”. Cioè si identifica il lavoratore con il suo attrezzo principe: il cacciavite. Parola nata dalla fusione di caccia e vite.

Documentazioni storiche numerosissime mostrano che Milano città era propriamente un luogo di aggregazione operaia. Cioè almeno un quinto della popolazione milanese era di estrazione proletaria. E nella sola città c’erano molti lavoratori nelle fabbriche. La stessa zona periferica pullulava di impianti di fabbriche.

E altrettanto risaputo che, per tradizione, gli abitanti di Milano di allora, erano per la maggior parte milanisti. Mentre chi abitava fuori dalle mura cittadine era interista. Quindi i milanisti era etichettati come operai o meglio “casciavit”. Anche perché fra di loro c’erano pure le simpatie della classe immigrata dal Sud e dal Triveneto.

Di contro buona parte della tifoseria interista era costituito da industriali, quindi, come spiegato prima “bauscia”. Ed ecco che, nei primi anni Venti del Novecento, i due schieramenti calcistici si identificavano e distinguevano per origine sociale: i “casciavit”, cioè gli operai milanisti e gli interisti, detti bauscia e per la maggiore industriali. 

Ma, come riporta la rivista “Epoca” del 1951 la differenziazione non era solo sociale. Il distinguo era anche nella caratterizzazione del personaggio tifoso allo stadio. Il Milan attraeva fortemente la classe popolare e rappresentava il tifoso dignitoso, compunto e modesto. L’interista era spaccone, elegante e borghese e con la puzza sotto il naso. I suoi affiliati provenivano da ranghi della borghesia. 

Una differenza che si percepiva anche nella distribuzione del pubblico nei primi due anelli dello stadio San Siro. Ai rossoneri erano riservate le gradinate, mentre per i nerazzurri erano previste le tribune. Non solo anche la linguistica marcava la distanza: gli uni parlanti dialetto, gli altri che si esprimevano in italiano. 

Piccola parentesi: Carlo Betolazzi e la gent

Questo contrasto socio-culturale della Milano di tanto tempo fa è stato messo in luce perfettamente nell’opera teatrale di Carlo Bertolazzi: “El nost Milan“. Nella commedia della bella Nina si distinguevano chiaramente due classi sociali: la povera gent (gli operai) e “i sciori”, ovvero il mondo dell’alta società milanese. La commedia andò in scena nel 1893.

Gianni Brera: bauscia vs casciavit

La contrapposizione valse fino allo scoppio delle due guerre mondiali. Nel secondo Dopoguerra poi si disperse. Ma, negli anni Sessanta, una penna sportiva senza eguali, come Gianni Brera ripropose la dicotomia popolare.

Ora è probabile che riprendendo il contrasto sociale, insito nella città meneghina, il giornalista sportivo Gianni Brera negli anni Sessanta avesse pensato di ricollegare la diatriba calcistica del derby alla tradizione milanese. D’altronde proprio fra gli anni Sessanta e i Settanta la metropoli lombarda riviveva, con maggior carica violenta, la distinzione sociale tradizionale: la classe operaia e quella industriale. Il derby quindi rappresentava ottimamente l’accanita rivalità anche calcistica: Milan vs Inter, casciavit contro bauscia. 

La sterilizzazione di queste due etichette si avviò solo con la fase di modernizzazione della città. Dal momento che con gli anni Ottanta e i Novanta il procedimento di terzializzazione della city porterà alla scomparsa delle classiche figure dell’operaio e dell’industriale. Queste verranno parcellizzate in molteplici settori dell’imprenditoria e del mondo del terziario/secondario. Quindi le due definizioni si assottiglieranno fino a diventare semplici canzonature fra appassionati di calcio. Magari anche di cui vantarsi: come è il caso di “Bauscia” quale appellativo che contraddistingue l’interista. 

Mentre il significato dello parola milanese conserverà quel senso spregiativo, che come già detto, indica uno sbruffone. Da intendere sempre in modo carnevalesco e ironico.

Lo studio di Camilla Cederna su bauscia e casciavit

Ma oggettivamente e statisticamente è ben difficile delimitare il reale perimetro sociale delle due tifoserie. In particolare chi ci garantisce che effettivamente fu così? Che i milanisti fossero operai e gli interisti fossero imprenditori della borghesia?

Uno studio del 1952 pubblicato da Camilla Cederna sulla rivista l'”Europeo” mostra come la contrapposizione non sia mai stata netta. Anzi passibile di molte critiche e visioni differenti. Se non addirittura ribaltabile.

Infatti non è da escludere l’ipotesi che il Milan godesse dell’appoggio e della simpatia dell’alta borghesia milanese della città vecchia a cui ai aggiungeva il tifo della classe operaia. Mentre la parte di popolazione restante, compresi i cittadini del Sud e la parte della borghesia dell’hinterland milanese simpatizzavano per l’Inter. Il che fa pensare a una maggiore superiorità dei sostenitori nerazzurri rispetto a quelli rossoneri.

Uno studio che in effetti potrebbe riallacciarsi anche alla storia dei due club. Secondo le fonti documentarie il Milan è nato dall’unione di intenti di alcuni imprenditori milanesi con alcuni soci inglesi. L’Inter è sorto per un dissidio interno a quella stessa dirigenza. In particolare il contrasto era dovuto all’inserimento di giocatori stranieri nel club rossonero.

È evidente che all’origine dei due club ci sia sia stata un’ascendenza borghese in entrambe le situazioni. Quindi non possiamo essere certi che la disparità socio-popolare delle due tifoserie si sia effettivamente identificata così come la conosciamo noi.

L’avvento di Berlusconi e la politicizzazione delle squadre

Ad ogni modo, i cambiamenti portati negli Anni Ottanta e Novanta dalla Milano globalizzata e da quella che ha esteso la propria influenza sull’area extra-urbana, hanno quasi annullato l’etichetta storica. Anzi l’avvento di Berlusconi, nella figura di imprenditore-operaio, cambia radicalmente la contrapposizione. Anche in considerazione del fatto che d’altra parte del Naviglio si sedette Massimo Moratti. Lo scontro calcistico divenne quello politico. Non che il Berlusconi fondatore di Forza italia abbia mai affrontato politicamente il presidente interista, ma da quel momento in poi i sostenitori del credo politico di Berlusconi erano possibilmente milanisti. Quelli della fazione politica opposto potevano essere interisti. Ovviamente si tratta di una pura supposizione senza fondamenti certi. E accettando un’ipotesi simile, ecco che allora i simpatizzanti degli operai si siano trasformati in consenso popolare pro-imprenditori.

La fine dell’Inter di Moratti e del Milan di Berlusconi ha quindi cancellato anche l’eventuale contrapposizione politica delle due squadre.

Oggi Milan e Inter non sono più Bauscia contro Casciavit, ma due tifoserie della stessa città ambrosiana che si battono alla ricerca di riscatti ed ere gloriose perdute. Ormai lo sfottò è solo calcistico e non più sociale. E si riverbera ogni qualvolta si ripresenta l’appuntamento con la stracittadina storica nelle celebri coreografie delle opposte curve sportive. Ogni tanto i rappresentanti del Diavolo e quelli del Biscione tornano alle proprie origini per esaltarsi l’uno di fronte all’altro.