Il Bel giuoco paga o non paga? Sicuramente soddisfa…a metà

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Dopo la vittoria di domenica scorsa all’Allianz Stadium di Torino. Prima dello stop and go decisivo a Firenze e della vittoria iperpolemica dopo Inter-Juve, il dibattito calcistico ha riportato al centro la cara questione del bel giuoco nel fattore vittoria.

Il Bel giuoco paga o non paga? Sicuramente soddisfa…ma a metà

Non c’è alcun dubbio e lo dicono il possesso palla, i tiri in porta e le cronache delle partite del Napoli, che spesso ha  dominato o controllato le partite, che il Napoli giochi il miglior calcio in condivisione con l’Atalanta di Gasperini. Certo senza un centravanti alla Trezeguet, alla Cavani, alla Shevchenko, che sappia maggiormente concretizzare, facendo “a botte” con gli avversari la mole di gioco della trequarti azzurra è spesso sprecata.

Dai piedi di Hamsik, dalle incursioni di Callejon e Mario Rui, dalla folate di Allan nascono tante di quelle occasioni, che basterebbe avere un falco là davanti per trasformare alcuni 0-1 in 3-0, 4-0, come quelli dell’andata.

Al di là dello spirito lucido e analitico resta evidente un dato, anzi due dati: chi ha creato più occasioni di goal è stato il Napoli, eccetto proprio Firenze

Superato il breve periodo di calo fisico (Mertens e Hamsik su tutti), si vede che il palleggio del Napoli è una tecnica pittorica sul campo, che crea o può creare una quadro bellissimo. La palla non va quasi mai in cielo, non si cercano mai mischie furibonde o incursioni centrali a casaccio e nemmeno sono illuminati le azioni dei singoli (caratteristica questa del calcio di Allegri). Non serve essere nessuno, se lo spartito dalla difesa all’area di rigore è perfetto. E il palleggio del Napoli, sempre a palla bassa, è stato quasi impeccabile.

Quindi che si vinca con uno, due, tre, quattro goal di scarto, Sarri ha dimostrato che il bel giuoco paga.

Il bel giuoco: cosa paga?

Paga innanzitutto il prezzo del biglietto. E’ vero Allegri dichiara che il circo non è nel calcio. Le sue partite sono brutte. Non si riesce a giocare bene contro la Juve, che non gioca quasi mai a calcio, se non a tratti. Certo, bisogna dargliene atto che è proprio nella capacità di ripararsi dagli attacchi avversari e nel ripartire con azioni funzionali e determinanti che i bianconeri di Allegri hanno forgiato il proprio successo. In Italia la regola base e questo ce lo insegnano dalle scuole calcio è imparare a non prendere goal, perché poi il resto lo fanno i giocatori di talento.

Ad ogni modo, riprendendo la domanda posta poco sopra, il bel giuoco chi o cosa ripaga?

Si diceva il prezzo del biglietto. Certamente, perché a tutti noi più volte è capitato che siamo andati allo stadio e abbiamo visto uno scialbo quanto apatico 1-0 per la nostra squadra. Permane la soddisfazione del tifoso, che ha vinto, che guarda con maggior animo sereno alla classifica, ma sotto sotto diciamocela tutta, rimane dentro anche un po’ di insipidezza. Avremmo preferito vedere manite, poker, tre goal o magari aver dominato l’avversario da capo a piedi. In fin dei conti il calcio è nato come uno spettacolo popolare e quindi conserva in sé questa natura. Noi andiamo allo stadio per divertirci. Speriamo che siano i nostri a farci divertire e non gli altri. Godiamo del pallone che entra dentro la rete, la sfiora, tocca il palo o che ci fa sognare di vedere in anticipo il goal.

Andare allo stadio e vedere una squadra che gioca per linee brevi, in verticale o orizzontale, che non concede agli avversari replica, laddove i giocatori fanno scorrere il pallone come se questo viaggiasse sull’acqua e non sull’erba e che al momento giusto sa colpire con azioni corali, beh scusate, ma è proprio un’altra cosa. Il bel giuoco paga il costo, talvolta oneroso, del biglietto.

Non solo

Il bel giuoco aumenta le possibilità di vittoria

Non solo. Giocare bene a calcio (ma esattamente cosa significa giocare bene? Qui si dovrebbe aprire un dibattito che è nato con l’era sacchiana e ancora oggi non s’è concluso), aumenta e non di poco le possibilità di vincere e convincere. Arrivando in alcuni casi a determinare una vittoria psicologica sull’avversario ancora prima che questo perda. Dinamica che ieri sera è stata determinante per portare a casa il risultato finale.

Infatti se si intende il giocare bene come il produrre più azioni possibili che possano condurre a segnare, allora saper gestire il gioco, saper palleggiare, saper creare determinate linee di passaggio è sicuramente la prima arma che una squadra, la cui non rosa non è fatta di fantomatici nomi, può e deve utilizzare. Quanto più resto corto nella metà campo avversaria, quanto più la palla passa per i piedi dei miei giocatori (ricordiamoci che Baggio diceva sempre che la palla deve correre e non l’uomo), tanto più posso intensificare gli attacchi al mio avversario e segnargli un goal.

Il bel giuoco: i difetti

Naturalmente condizione basilare perché questo avvenga è che il palleggio non si trasformi in “passaggino” sterile, che fa viaggiare la palla in direzione orizzontale, quindi che annoia il pubblico e crea le premesse per i contropiede avversario. Il grosso difetto della scuola del Tiki-taka di Guardiola è proprio questo: avere un possesso palla in gran percentuale, ma non usarlo.

Quindi il bel giuco, ripetiamolo in teso come azione collettiva e piacevole di tutta la squadra, sicuramente innalza la possibilità di vittoria e dall’altro lato diminuisce il rischio di sconfitta. Infatti il Napoli quest’anno ha perso soltanto, per ora, contro tre squadre: Juve, Roma e Fiorentina. E’ anche vero che s’è arenato contro Inter e Milan. Non perché sia inferiore o di pari valore a queste altre squadre, ma perché un secondo punto su cui lavorare per non rischiare di bruciare la mole di lavoro della squadra palleggiatrice è la fase muscolare. Queste cinque squadre, guarda caso, sono compagini fisicamente molto preponderanti, con formazioni in cui ci sono difensori alti, muscolosi, possenti. Ecco che a volte può accadere che la forza muscolare prevalga su quella tecnica e così lo spartito dei piccoli gioielli (Insige, Callejon e Mertens) va a impattare contro una scogliera o una barriera, che può diventare insormontabile. .

Aggiungiamo dunque un altro tassello importante alla funzionalità del bel giuoco: la fisicità.

Si dice che i palleggiatori migliori (lo si diceva in passato, ma anche nel Duemila è così) sono i brevilinei, magari magri e dotati di tecnica sopraffina. Non v’è dubbio che la storia e i nomi attuali (Messi e Isco giusto per citarne due) confermino questa teoria. Se è vero che nel calcio moderno molte società hanno lavorato maggiormente sul potenziamento fisico dei fantasisti e creatori di gioco, è indubbio che ogni giocatore fisicamente ha una sua costituzione e che oltre certi limiti non può andare. Insigne, Mertens e Callejon più di fare quel che fanno in area, fuori area o nei contrasti, oltre non possono andare.

D’altronde una squadra di palleggiatori senza apporto fisico pesante non può vincere.

Per questo motivo oltre alla qualità estetica del gioco del Napoli, è fondamentale, se si vuole sognare un prossimo  scudetto anche l’apporto fisico dei suoi uomini chiave.

L’aiuto fisico non è solo in uomini come KK e Milik, ma devene arrivare dal una rosa ampia, funzionale e ben strutturata. E se vendi Higuain alla Juve e non rafforzi una rosa che è minuta e ridotta (alternative valide ai titolari sono i soli Rog e Zielinski), è chiaro che paghi la potenza fisica degli altri.

Il bel giuoco: paga o non paga? Sicuramente soddisfa…ma a metà

In conclusione il Tiki-taka di Sarri rimodernizza il pressing esasperante del Milan di Sacchi e riutilizza il possesso palla di Guardiola. E’ bello, perché è innegabilmente bello. E’ dolce e piacevole. Paga lo spettacolo che offre e soddisfa i palati fini del calcio. Però senza forza fisica e senza capacità di ottimizzare la mole di gioco che produce diventa ripetitivamente inutile. Non è ancora arrivata una squadra che sappia mostrare al mondo intero che sia possibile giocar bene e vincere.

A Napoli dell’Olanda degli anni Settanta che incantò tutti, ma vinse poco, forse forse non se ne fanno nulla.

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