Berlusconi: la fine degli imprenditori presidenti tifosi

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Confronto a distanza Berlusconi - Moratti

Con la cessione di Berlusconi alla cordata cinese, cade l’ultimo baluardo del presidente imprenditore e tifoso. Una stagione in discesa che s’era aperta a inizio dello scorso decennio

Berlusconi ieri ha ceduto ufficialmente in tre tranche il pacchetto azionario della Fininvest alla cordata cinese Sino-Europe Investment Management Changxing. Il suo rappresentante più autorevole è l’advisor dagli occhi a mandorla Han Li e oltre al fondo statale c’è l’Haixia Capital quale società di traino. Insomma una conglomerazione di fondi e capitali che ha deciso, dopo i colpi di scena recenti, di acquistare lo storico Milan. Certo la società targata Berlusconi non andrà allo sbando, almeno così si augurano i tifosi. I firmatari hanno garantito di ottemperare a una serie di richieste del patron. In particolare oltre alla quota da versare in tre parti per un totale di 520 milioni (valore del Milan), 220 (i debiti da coprire) e le ripartizioni della vendita così suddivise: 15 di caparra, 85 entro trentacinque giorni e infine 400 quelli dopo la firma ufficiale a fine anno.

In più l’ormai ex presidente milanista ha richiesto e ottenuto laute promesse sul mercato: 350 da investire nel prossimo triennio.

Ecco perché, forse, si potrebbe parlare di cessione accurata e ben definita. L’esperienza Inter, tuttavia, insegna che se si ha a che fare con questi consorzi finanziari certezze non ce ne sono.

Se da una parte i tifosi sono rallegrati e risollevati dal fatto che, finalmente, arriveranno soldi per comprare dei buoni giocatori e si potrà sperare in un rilancio del club, dall’altro lato ieri s’è chiusa un’epoca storica, c’è poco da dire.

E’ finita l’era dei presidenti tifosi, disposti di tasca propria, con un ritorno di immagine, marketing e per una questione di cuore, pronti a spendere e ad assolvere i debiti delle loro creature calcistiche. Ricordiamo le famose sette sorelle e i loro sette padri: il Parma di Tanzi. la Lazio di Cragnotti, la Fiorentina di Cecchi Gori, la Roma dei Sensi, la Juventus degli Agnelli, l’Inter di Moratti e il Milan di Silvio Berlusconi. 

Una dopo l’altra, per colpa della scure dei debiti, dell’inadeguatezza dei soci e degli eventi sportivi e non solo, sono crollate…una dopo l’altra. Si opterà che la Juve dello Juventus Stadium è in mano ai nipoti dell’avvocato, ma siamo ben lungi dalla figura del presidente con la mano al portafoglio per la sua squadra. Indubbiamente ha mantenuto un’ossatura italiana e ha saputo ristrutturarsi modernamente con l’ausilio di uno staff preparato. D’altronde i risultati si vedono: cinque scudetti in cinque anni.

E’ comunque palese che con la stretta di mano Berlusconi – Han l’ultimo baluardo, dopo una resistenza infinita, il gioiello di casa Berlusconi è caduto. Trentanni di conquiste, trofei, emozioni, pianti di gioie e delusioni, grandi blitz di mercato, palloni d’oro collezionati e un complesso di immagine che ha portato la squadra a strisce rossonere ai vertici del mondo e all’apice della sua storia. E parliamo di un club che avrebbe potuto, se non fosse per qualche errore sul campo e fuori campo, vincere ancor di più.

Si apre un nuovo scenario in casa Milan e sulla sponda opposta in casa Inter. Qui recentemente è stato il cinese Suning a prendere possesso della società nerazzurra. Ormai sono lontani i tempi degli sfottò Prisco – Galliani e le sfide di mercato sui campioni più in voga. Distanti le campagne faraoniche per rispondere all’avversario cittadino. Con tutto il rispetto per Suning e Han Li, non è credibile pensare a una gara fra presidenti meneghini e qualora sfilassero con la sciarpa in tribuna, non sarà mai la sciarpa del cuore. 

D’altronde la società capitalistica europea sta cambiando e il calcio non poteva non seguirla. Si sono adattati anzitempo gli inglesi e i francesi, ci adatteremo anche noi. Magari con gli introiti abbondanti degli investitori asiatici si torneranno a vincere titoli e trofei, o magari no.

Tacciano adesso i tradizionalisti malinconici, perché il Milan non è più di Berlusconi. Gli stessi che imputavano all’imprenditore milanese le colpe di campagne acquisti mancanti o disastrose. 

Adesso è il momento di prendere coscienza che il mondo sta cambiando, l’economia calcistica pure e bisogna continuare a tifare quei colori e non chi li rappresentava. O, altrimenti, si fa come hanno fatto Ariedo Braida (passato al Barcellona) o Paolillo, che con lungimiranza straordinaria si sono defilati dai rispettivi club anzitempo. Col senno di poi, qualora fossero ancora dirigenti, oggi riterrebbero inaccettabile lavorare per un Milan o Inter asiatici.

Con buona pace di quei ragazzi cresciuti con i padri che li avvicinavano ai loro tifosi presidenti e che adesso si smarriscono, combattuti fra i milioni asiatici e i ricordi di patroni che abbracciavano le loro coppe, fra strette di mano con campioni e salti in mezzo agli striscioni; bisogna prendere atto che è finita un’epoca, per l’appunto quella del presidente imprenditore tifoso, disposto a far vincere e crescere “il suo giocattollino” per acquisir prestigio e fama.

Da oggi si cambia e i presidenti come Berlusconi saranno un dolce amaro ricordo della storia di un club.  

 

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