Cattedrali nel deserto no, ma nemmeno deserto culturale. Ecco perché Virginia hai sbagliato

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La candidata M5s a sindaco di Roma Virginia Raggi durante la conferenza stampa nella sede dell'Associazione Stampa Estera, Roma, 25 febbraio 2016. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

E’ lecito scegliere da amministratori del bene comune di ingaggiare o meno la sfida con un evento certamente dispendioso come le Olimpiadi. Non è invece lecito definire esse uno spreco per definizione, un interesse lontano da quello dei cittadini, una non convenienza conclamata, senza pareggiare – o quantomeno accennare al contrasto – le suddette considerazioni con gli aspetti positivi della “medaglia”. Nell’immagine delle “cattedrali nel deserto” utilizzata dalla Raggi senza alcun tipo di rimando agli aspetti indubbiamente positivi dell’evento, esiste un altro tipo di pericolosissimo deserto, senza cattedrali, come vuole la Raggi. Il deserto culturale.

Numeri, maledetti numeri. E precedenti, tanti. Fa bene la Raggi ad evidenziare tutto l’evidenziabile. Meglio però sarebbe stato farlo con occhio globale e non accecato dal fare artificiosamente convinto e spigoloso di chi, oggi, voleva abbattere il fronte del sì, sbriciolarlo, ridicolizzarlo, più che convincere e comunicare all’occhio trasversale e in buonafede critico di chi si aspetterebbe semplicemente situazioni almeno sufficientemente bilanciate su pro e contro. Oggi la Raggi non ha speso una parola per il carattere leggendario della competizione olimpica. Ne avrebbe guadagnato il suo discorso e nulla avrebbe spostato al suo verdetto, apparso malvagio solo nella demonizzazione dell’incolpevole nemico, le Olimpiadi. Come se il problema fossero loro, e non gli uomini. Ripetiamolo ancora una volta: esiste il sacrosanto diritto (e onere) per un’amministrazione di schedulare ogni dettaglio ai fini di una decisione. E non facciamo in questa sede le pulci ad una decisione certamente meditata. Scegliamo di attaccare il modo, il metodo e il male che, oltremodo, è stato piazzato su qualcosa che male non è.

La Raggi ci spieghi ad esempio perché nella lunghissima lista di edizioni delle Olimpiadi non ha fatto riferimento agli interventi strutturali e alla viabilità che ancora caratterizzano gran parte delle sedi che si sono susseguite nella storia della rassegna a cinque cerchi. Non può passare dunque la dimenticanza di temi e storie che hanno costruito cultura, senso civico, libri e sviluppo per la collettività. Come non può passare l’apparente spocchiosaggine di un “no grazie”, trasformatosi in un “no senza grazie” perché non comunicato direttamente a chi, Pancalli e Malagò, attendeva oggi in un incontro, mai avvenuto, la sacrosanta risposta ad anni di lavoro, pensieri, sogni e ambizioni. Peccato che la Raggi, in colpevole ritardo, abbia pensato bene di porre al primo posto della sua scaletta giornaliera il noiosissimo peana innalzato al dio saccenza, quello del “ho ragione io e voi non siete un cazzo” tipico di una politica vintage e non certo avanguardistica.

La Raggi ci ha raccontato oggi come le Olimpiadi siano un problema. Forse per lei, un po’ meno oggettivamente per l’Italia. Non lo sono invece certamente per definizione e in assoluto come oggi decantato dal sindaco romano. Delle Olimpiadi si è dimenticato il senso più puro, che sono stati gli imbroglioni ad annacquare, e non certo gli sportivi. Gli sportivi ignorati dalla Raggi nella svalutazione dell’eventuale teatro dell’impresa, e che decidiamo quindi di rivalutare qui, pensando alle imprese di Zanardi, a quelle di Tania Cagnotto, a Niccolò Campriani, alla sete di rivalsa del basket italiano, del movimento sportivo tutto che avrebbe guadagnato attenzione e che, nella non adesione a un progetto infrastrutturale, meriterebbe quantomeno il rispetto minimo che non si è dato oggi. Ecco perché Virginia Raggi ha sbagliato certificando il vuoto culturale del deserto senza cattedrali.

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