Curva divisa, provocazioni e Pasolini

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Photos by giallorossi.net
Da cosa è stata caratterizzata tutta questa mia produzione,
in maniera assolutamente schematica e semplicistica?
È stata caratterizzata prima di tutto da un mio istintivo e profondo odio contro lo stato in cui vivo.
Dico proprio “stato”: e intendo dire “stato di cose” e “Stato”  nel senso proprio politico della parola.
Lo stato capitalistico piccolo-borghese che io ho cominciato a odiare fin dall’infanzia.
Naturalmente con l’odio non si può nulla… (P.P. Pasolini)

PALLORE. Non ci sono più colori, non ci sono più bandiere. Non c’è più un coro, non ci sono più le centomila voci innamorate. Con la curva divisa è finita, non c’è più anima, e il cuore è strozzato di quel sangue che pompava fiero, morendo assiderato dal freddo tagliente del potere. Il divertimento è nullificato ed è sancita la vittoria della repressione, come il bambino più grande rompe il giocattolo preferito del più piccolo. Quel giocattolo che per molti bambini cresciuti senza valori non ha alcun valore, ma per il piccolo che si diverte e viaggia con la propria immaginazione è la via di fuga dalla realtà: la felicità. Oppressione e libertà, repressione o prevenzione, pregiudizio e piaga sociale, cultura lontana che tramonta dietro le montagne di ignoranza erette dal potere stesso. Pregiudizio: sinonimo di ignoranza. Il pregiudizio ritiene che il tifo sia una piaga sociale e un sinonimo di violenza, droga, spaccio, coltelli, prostituzione nei bagni delle curve, unicorni, elefanti che volano, ranocchi che si trasformano in principi, Babbo Natale. Ma è solo un’invenzione e una fantasia repressa di chi non si è mai accontentato come ha fatto il bambino più piccolo con il suo umile giocattolo. Perversione e invidia di chi in mezzo a quelli vorrebbe esserci, ma non ci è mai stato e allora sceglie di sfogare su di loro la frustrazione. Non si respira. Ci sono mani al collo che chiudono le vie respiratorie di quei ragazzi, che si sforzano di cantare nonostante la morte della loro felicità sia lì a pochi passi: rassegnazione e sconfitta. Non si entra e si resta fuori. A Roma il tifo è finito.

OSCURITÀ. La repressione ha scelto la via della prevenzione repressiva. Il potere ha preferito ammazzare la tigre che non riusciva ad ammaestrare e non era in grado di subordinare ai propri voleri. Schiavi che si vergognano di esserlo, ma non perdono l’identità di sottomessi accettando la realtà così come la impongono. Gli altri tifosi appoggiano la protesta degli Ultras della capitale ed espongono striscioni, evitano le trasferte all’Olimpico più altre iniziative, che svaporano nella consapevolezza di essere in parte privilegiati rispetto ai romani, come la fragranza di un profumo obsoleto. Gli “altri” tifosi: accezione che resterà appositamente negativa finché le curve di Roma non riceveranno lo stesso trattamento riservato agli altri tifosi italiani. “A Roma le curve e gli ultras sono una piaga sociale” e come il toro quando vede rosso bisogna sparare ad altezza d’uomo da un lato all’altro di un’autostrada, quando si scorge un DJ di 28 anni, con una vita davanti, indossare una sciarpetta biancoceleste. Cala il sipario e scende il buio in platea.

ERRORE. Sì, si può sbagliare. Non bisogna generalizzare perché il pregiudizio è ignoranza. Se un proiettile parte da una Beretta d’ordinanza, stretta nelle mani del fanatismo, si deve comprendere e non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Ciò nonostante, se il proiettile parte dall’impugnatura di un tifoso, diventa una fortuna. Diventa una fortuna per chi ha la possibilità di scrivere libri, di produrre film, di vietare qualunque striscione goliardico e dividere curve. Si trasforma magicamente nel lasciapassare per entrare negli spogliatoi della tua squadra del cuore e scendere in campo più volte con i tuoi beniamini per salutare il pubblico allo stadio direttamente dal campo, bevendo dal bicchiere in cui il dolce sapore della fama si confonde con il sangue del tuo stesso sangue.

NOSTALGIA. Eppure fino a qualche anno fa, nel tragitto che separa i tornelli dall’ingresso sugli spalti, la frequenza cardiaca aumentava man mano che il coro della Sud si avvicinava alle orecchie di chi stava per introdursi allo stadio. Per chi entrava dalla Monte Mario l’emozione più forte era rivolgere subito lo sguardo a destra per godere di quello spettacolo magnifico. Le coreografie, i cori, le bandiere, gli striscioni e le intrinseche trasmissioni di sentimenti, che rappresentavano la cartina tornasole nei confronti dell’attualità: il rispetto per i morti al di là dei colori, l’appoggio a un calciatore in difficoltà, il sostegno a un allenatore che tutti volevano sul patibolo, il rendere onore a un campione cresciuto in strada, ma che non ha mai dimenticato le proprie origini. Tutto questo non c’è più. L’Olimpico silenzioso fa più rumore di un boato della SUD che segue un goal nel derby del Capitano. È assordante, lancinante e noioso; un silenzio che divide e che rende persino imbarazzanti quei cori, che il poco pubblico presente tenta vanamente di lanciare solo ed esclusivamente quando la squadra vince. Quel silenzio è sofferenza e l’umidità del vicino Tevere entra e spacca le ossa, quasi come se fosse una vendetta per chi va allo stadio nonostante i figli di Roma siano stati discriminati e divisi.

IMBARAZZO. Entrare allo stadio e percepire il silenzio è imbarazzante. Restare seduti su quei seggiolini a guardare i giocatori in campo, nonostante l’anima del calcio sia fuori, genera una sensazione di vera e propria vergogna. È come un corpo inerme a cui è stato asportato l’organo principale: il cuore. I giocatori che un tempo correvano a prendersi l’abbraccio della curva dopo un goal, hanno ridotto le proprie esultanze ai minimi termini. Non si rivolgono più a coloro per cui giocano e danno spettacolo, e grazie ai quali le proprie tasche si gonfiano, ma alzano a stento le mani al cielo nella vana speranza che un giorno tutto torni alla normalità. Chi ha mai visto quelle barriere dal vivo? Coloro che minimizzano il problema non hanno mai assistito allo scempio di quelle due vetrate inutili, repressive e discriminatorie innalzate al centro dei due settori. Non sarebbe ridicolo e imbarazzante se nel posto in cui siete cresciuti, e i vostri nonni e i vostri padri vi portavano da piccoli, costruissero un muro che da sempre rappresenta un simbolo storico di oppressione?

UNIFORMITÀ. Costituzione italiana, articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”. No! I tifosi della Roma e della Lazio ricevono trattamenti diversi dagli altri cittadini italiani e non godono della stessa dignità sociale davanti alla legge. Chi non percepisce questa sensazione non è stato all’Olimpico negli ultimi mesi, ed è seduto comodamente sul divano di casa propria a criticare, è poco ma sicuro! Si avverte la presenza della mano della Polizia già da quando si arriva con la macchina verso Ponte Milvio: non si può più parcheggiare intorno allo stadio, tutto è vietato. Eppure, la realtà delle mani della Polizia si avverte all’ingresso: ci sono ben 2 o 3 filtri con altrettanta perquisizione, senza distinzione di genere ed età di chi sta entrando (donne, vecchi e bambini), ah già, l’uguaglianza!

RIVINCITA. 3 Novembre 2016, Vienna si sveglia colorata di giallorosso (c’era anche il Roma Club Milano). Non c’è coro più veritiero di quello che dice “a noi tutti c’ hanno invidiato, a noi tutti c’ hanno applaudito”. Gli austriaci ci guardavano con ammirazione e i romanisti impavidi camminavano per le vie della città accogliendo i sorrisi degli appassionati di sacher. La stessa cosa è successa a Torino, Milano, Sassuolo, Reggio Emilia, Verona, Genova e in qualunque parte d’Italia e del mondo ci fosse una partita della Roma. La curva Sud ha seguito la squadra in massa durante tutte le trasferte e non c’è stata pioggia che li tenesse, non c’è stato caldo afoso che impedisse loro di cantare e incitare la squadra lontana da casa. Chi ha avuto l’onore e la fortuna di immergersi nel loro calore, in trasferta, si rende conto e si può solo rassegnare al fatto che il terrorismo mediatico governa ormai la nostra società. Non ci sono prostitute nei bagni, ma soltanto sciarpe in fila per l’uso della turca che saltellano con il proprietario per l’incontinenza causata dal freddo. Non si vedono coltelli o violenza, non ci sono unicorni, ranocchi e nemmeno Babbo Natale. Questa è la risposta genuina dei discriminati. La reazione semplice e convincente delle persone umili. Ci hanno dato il via libera per la trasferta di Bergamo ed è stato designato Gianluca Rocchi come arbitro: sulla punta della lingua si avverte quel sapore acre della provocazione. Rispondiamo con i nostri fantastici cori e non accettiamo la sfida, siamo sotto gli occhi di tutti, non facciamo il loro gioco. Cantiamo fino a perdere la voce, ma non lasciamo che ci mettano a tacere definitivamente!

Articolo di Giuseppe Barra

11 COMMENTS

  1. Bellissimo pezzo nel tuo “classico” stile letterario/sportivo. L’AS ROMA è un cuore spezzato nella sua stessa ROMA ma l’amore dei tifosi per i suoi colori da NORD a SUD è qualcosa di indescrivibile…Grazie Giuseppe e soprattutto GRAZIE ROMA !!!!

  2. Bellissimo articolo! Complimenti! Coglie in pieno la situazione! “È come un corpo inerme a cui è stato asportato l’organo principale: il cuore”

  3. Accidenti non si capisce se hai citato Pasolini o l’hai imitato. Certo che ci sei andato vicinissimo, perché dal punto di vista letterario questo articolo è fantastico. Ha un forza e inicisività nella penna che ti porta verso il fondo dell’articolo e all’ultimo ti commuove pur parlando di calcio,, sport e tifo. Complimenti

  4. Articolo fantastico che denuncia in maniera limpida l’umiliazione alla quale il tifo romano e romanista viene ormai sottoposto da diversi anni…
    sembrano lontani anni luce quei momenti in cui l’emozione più forte, per chi entrava dalla Monte Mario, era rivolgere subito lo sguardo a destra per godere di quello spettacolo magnifico…emozioni che abbiamo vissuto insieme molte volte…
    Grazie di essere il portavoce di chi ancora ama questi colori e questa maglia…
    Continua così!

  5. Giuseppe, Non so come tu faccia a scrivere articoli tanto belli quanto efficaci nel raccontare ma anche informare chi ha il privilegio di leggerli…STIMA!

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