Il perdente venuto a pontificare dalla Russia. Ora Spalletti si dimetta

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Di essere sbattuta fuori così, come un’anonima squadra bulgara di passaggio dagli infiniti turni preliminari d’estate, la Roma non lo poteva prevedere neppure nei peggiori incubi. Che poi, a veder bene, una squadra bulgara il prossimo anno in Champions ci sarà. Il Ludogorets, dopo aver vinto la sua gara in casa all’andata (lei sì), ha pareggiato fuori al ritorno e si è qualificata ieri al tabellone principale. Strano il calcio, e strana pure la Roma che, dopo aver lasciato buone sensazioni in Portogallo è letteralmente capitolata in un Olimpico incredulo, smorzato a tratti anche nei fischi per quanto traumatica è sembrata tutta la situazione. In panchina c’era chi, all’Olimpico, ha dato tutto. Francesco Totti era lì, seduto ma coinvolto come se fosse in campo. Spento in viso non nella speranza (vana) di entrare e risolvere. Ancora una volta sacrificato tra gli esclusi in nome di calciatori che troppo poco hanno dato nei mesi alla Roma, e meno ancora – a maggior ragione se qualche testa salterà, ce lo auguriamo – daranno da qui in avanti. Questa Roma spallettiana (e a breve incominceremo gli inevitabili strali di critica verso il tecnico) ha fatto una grandissima figuraccia. L’ha fatta verso se stessa, verso i suoi tifosi, l’ha fatta in nome, anzi per nome, di un calcio italiano che, da anni ormai, non porta più tre squadre nella massima competizione europea. Non ce ne vorrà la Lazio, che lo scorso anno altrettanto mestamente ha ceduto il passo al Bayer Leverkusen, ma questa Roma un pizzico di credibilità europea in più sembrava poterla raggiungere. Sembrava. E invece, scriteriati falli da calcio interregionale e un atteggiamento in campo, fin da subito, parso dimesso e alla mercé della maggiore verve dei portoghesi hanno impacchettato la batosta. A fine primo tempo, quando ancora Emerson Palmieri non era incappato nell’espulsione (il brasiliano è stato ad un passo dal Bari pochi mesi fa, ci dovranno spiegare a Roma perché nelle file romaniste, a questi livelli, gioca un terzino che il Bari ambisce a ingaggiare) qualcuno ha invocato ironicamente la necessità di tesserare in maglia giallorossa Espirito Santo, l’allenatore del Porto. Forse non sarebbe bastato nemmeno quello, ieri. Del resto, colui che si crede da qualche tempo Dio era già a Roma. Nel suo curriculum una valanga di secondi posti nella sua prima esperienza a Roma, un’avventura non certo straripante allo Zenit, e un terzo posto raggiunto in volata con una squadra costruita per lo scudetto e con avversari – Inter, Fiorentina e Milan – mica irresistibili.

Il presuntuoso, venuto a pontificare dalla Russia (vedi titolo), ha dato spettacolo nella passata stagione, ingaggiando come nelle più chiassose commedie napoletane, un duello di raro puntiglio con Francesco Totti. Non contento si permise persino, prima di uno scontro diretto per la Champions contro l’Inter, di sottolineare gli ingenti sforzi economici, non ricambiati dai risultati, dell’avversario (come se la Roma con Dzeko, Salah, Perotti e il prestito con prospettiva di pagamento – puntualmente ottemperato – di El Shaarawy, non avesse, proprio in quei mesi, incrementato ferocemente i propri investimenti). Fa specie che anche il Faraone, proprio il Faraone, protagonista come ricordato lo scorso anno dei successi finali della Roma, sia rimasto in panchina assieme a Totti. In campo Spalletti ha schierato prima Dzeko e poi, udite udite, al posto del sempre impalpabile bosniaco, Juan Manuel Iturbe, uno dei calciatori meno comprensibili, pari forse a Bartelt (che fu però pagato meno) mai passati dalle parti di Trigoria.

Se l’è giocata così, Spalletti. Con tutti i suoi preconcetti rimasti rigidi nonostante un’estate di mezzo, e quel vizio dialettico di fare il saputone che – oggettivamente – non ricordavamo avesse, almeno così pronunciato, prima della partenza per la Russia (mica la Premier League). Se è vero, come ha detto alla vigilia della disfatta, che la Roma puntava da otto mesi la gara col Porto… ebbene, si accorga che evidentemente in questi otto mesi la gara che lui stesso ha definito come faro d’arrivo della sua gestione, l’ha preparata malissimo. Farebbe bene, in ragione di ciò, ad ammettere le colpe e rimettere il mandato nelle mani della società. Sarebbe gesto d’onore e di umiltà, la stessa che non ha. Non lo farà, Spalletti, perché nel tempo ha scelto di diventare un personaggio. In cerca d’autore, o forse di qualche vittoria. Cambi almeno registro perché anche questa volta, quello che ha messo avanti a tutto il resto con fare stupidamente cazzuto, non ha funzionato.

 

foto: versusgiornale.it

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