Inter: il calcetto del giovedì in Europa, ma senza passaporto

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Inter ancora una volta irriconoscibile in Europa; troppo turnover e riserve non all’altezza o solo questione di testa?

L’Inter in Europa League ricorda molto le migliaia di squadre amatoriali di calcetto che si ritrovano per la partitella settimanale. Tra impegni vari ed acciacchi dovuti alla vita non propriamente da atleta dei partecipanti, arrivare a mettere su un team non dico competitivo, ma almeno dignitoso non è facile e le figuracce sono sempre dietro l’angolo. Fortunatamente delle partite sui campi sgangherati di periferia non frega a nessuno, se non al massimo a chi spende quei 5 euro per l’affitto del campo e poi passa più tempo a raccogliere palloni in fondo alla rete che a giocare.

Immagino che ad inizio stagione le cose siano andate più o meno così:
– Zanetti: “Frank, ho parlato coi ragazzi, il giovedì sera per il torneo alcuni non possono proprio. Gabigol ha la scuola serale, Kondogbia e Jovetic lavorano e Joao Mario ha il corso di cucina orientale.”
– De Boer: “Non possiamo chiedere di giocare il mercoledì?”
– Zanetti: “No Frank, lo sai che il torneo si gioca solo il giovedì, è il regolamento. Comunque ho trovato i sostituti, vengono Ranocchia, Melo e Nagatomo, poi ci sono anche le altre riserve.”
– De Boer: “Dai, ci arrangiamo con loro, tanto giochiamo con gli israeliani, l’importante è che il portiere ce l’abbiamo, che nessuno ha mai voglia di fare a turno.”

Così va a finire che la squadra rattoppata sembra un miscuglio di onesti mestieranti senza alchimia, che seppur superiori agli avversari presi singolarmente, nell’insieme fanno acqua da tutte le parti. De Boer ha parlato di “prestazione da dilettanti”, ed è proprio la descrizione perfetta per la debacle ceca. Il secondo gol subito ne è l’esempio lampante: su qualsiasi campetto dei peggiori oratori non si vede un atteggiamento difensivo tanto deficitario. Nemmeno a partita terminata. Più probabile che si fiondino tutti sul pallone come non ci fosse un domani, piuttosto che disinteressarsi completamente della sfera per raccontarsi la gita fuori porta della settimana precedente.

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Il paragone “Inter europea” contro “Inter italiana” è impietoso: grinta, pressing e mentalità vengono lasciati ad Appiano Gentile quando è tempo di immergersi nell’Europa League. Questione di atteggiamento, di approccio alla gara. Un problema dettato principalmente dagli interpreti, che nelle due sfide europee sono cambiati per ben 6/11 rispetto ai titolari in campionato. Troppa differenza tra prime e seconde scelte? Possibile, ma forse il punto è che troppe riserve insieme non sono in grado di giocare e garantire la stessa affidabilità. Se la squadra titolare sta via via prendendo le misure e trovando la sua quadratura, le alternative non hanno lo stesso tempo a disposizione per appurare i meccanismi, anche perché si trovano a giocare spesso e volentieri in formazioni sperimentali, ben diverse da quella ben delineata in Serie A. Uno o due alla volta (vedi Miangue, Gnoukouri, Eder) inseriti nel contesto della formazione tipo riescono ad integrarsi ed adattarsi ai movimenti corali; messi tutti insieme contemporaneamente vien fuori un pasticcio sconclusionato.

Ci fosse almeno la grinta, quella che ti aspetti da chi deve risalire le gerarchie e dimostrare nelle poche occasioni a disposizione il suo valore. E invece nemmeno quello. Fa specie ad esempio sentire le parole di Felipe Melo, che predica aggressività da derby nelle dichiarazioni, ma che poi in campo è il primo a passeggiare senza meta. Proprio il temperamento era il suo unico punto forte, senza quello resta solo un giocatore indisciplinato e avvezzo a momenti di inspiegabile perdita totale di lucidità. I giovani hanno almeno la scusante dell’età, che non li caratterizza per continuità assoluta (non è una novità, quindi andrebbe messo in preventivo nelle scelte), la stessa (al contrario) di Palacio, che evidentemente non regge più certi ritmi, ma che in un modo o nell’altro l’impegno lo mette, seppur con alterne fortune. L’assenza più pesante sembra essere quella di Miranda: in difesa Murillo, D’Ambrosio, Miangue e compagnia bella hanno bisogno di un leader che guidi il reparto, e questo non può essere Ranocchia. L’ex capitano pare irrecuperabile , sempre più intrappolato nelle sue insicurezze e recidivo negli errori. Errori di testa, più che di gamba, come per tutti gli altri partecipanti all’escursione di Praga.

Come risolvere allora? Semplice, schierando il più possibile la squadra titolare, quella più rodata ed affidabile. Anche perché dei titolari l’unico non iscritto in lista Uefa è Joao Mario, che per quanto importante rappresenta solo un undicesimo ed è dunque rimpiazzabile. A settembre non è possibile dover ricorrere già ad un turnover così massiccio, data anche la bassa età media della squadra. Il ritardo di condizione si recupera mettendo minuti nelle gambe, non riposando. Anche quando la domenica successiva si va all’Olimpico, perché l’Europa per una squadra come l’Inter è altrettanto importante, se non di più, dato che il blasone internazionale va difeso e onorato.

Certo, se poi anche i giocatori più importanti prendono la coppa come una partitella d’allenamento diventa tutto più difficile. Gente come Banega o Perisic, imprescindibile in campionato, sembra mandare la propria controfigura in giro per l’Europa. In una squadra amatoriale andrebbe così:

– Ausilio: “Frank, alcuni ragazzi non hanno il passaporto valido e non possono venire in Europa”
– De Boer: “Pure? Non bastavano Melo e Ranocchia?”
– Ausilio: “Lo so Frank, ma non ti preoccupare, abbiamo dei ragazzi che gli assomigliano molto, portiamo loro, tanto durante l’appello l’arbitro non ci fa troppo caso. Fino a dicembre per i gironi ce la caviamo”.

Cose che nelle squadrette di periferia più infima succedono davvero, anche quando la somiglianza non è poi troppo marcata. Ho visto asiatici reinventarsi siciliani che manco a Casablanca; tanto basta sempre dire “sono io, sono io, ho solo tagliato i capelli, quella è una vecchia foto”. Ma l’Inter non è una squadra dilettantistica e gli approcci da dilettanti non sono più tollerati. A partire da domenica sera, per l’ennesima rinascita.

Tra “amatoriale” ed “amala” ci sono solo poche lettere di differenza, ma un mondo infinito di significati opposti.

Fonte immagine: corrieredellosport.it

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