Inter, senza gioco e senza VAR

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Di marco Inter - Parma 0-1

Una brutta Inter perde in casa contro un Parma fortunato e graziato dall’arbitro e dal VAR

Una sconfitta come quella di ieri mi ha lasciato una rabbia e una frustrazione frutto di troppi pensieri e sensazioni. Pensieri strani, la paura di star assistendo a film già visti troppe volte nelle ultime stagioni si accavallano nella testa in modo confuso e disordinato.

Quindi ho pensato di prendere questo spazio come fosse una seduta di analisi, per mettere ordine tra tanti input così sgangherati. L’analisi di una tifosa interista, con le sue simpatie, antipatie, speranze e rabbia.

Partiamo dunque dalla cosa più immediata, che partita è stata quella dell’Inter?

A questo è facile rispondere: è stata una partita brutta. Abbiamo giocato male, senza idee, senza anima. Dopo sei, sette anni ci ritroviamo ancora qui a specchiarci negli stessi difetti, che ci accompagnano ormai da troppo tempo. E non hanno saputo porre rimedio né una pletora di allenatori, né tre diverse società.

Paghiamo ancora la mancanza di almeno un leader che nelle partite come quelle di ieri si carichi la squadra sulle spalle, e suoni la carica. Qualcuno che si prenda la briga della giocata difficile invece del passaggino scontato in orizzontale; che provi il numero e che abbia abbastanza testa, carattere e carisma per farsi seguire dai compagni.

Per rendere più chiaro quello che ho in mente, faccio un esempio trito e scontato: Eto’o che contro il Chelsea in Champions, mentre batte una rimessa laterale, fa segno ai compagni di salire, di non schiacciarsi dietro. Coraggio, e allo stesso tempo, con calma e autorevolezza indica ai compagni che non bisogna aver timore, ma giocarsela. Certo, quella squadra era piena di leader più o meno silenziosi che si alternavano, quella attuale invece sembra ancora alla ricerca di se stessa.

Icardi, Perisic, Brozovic sono candidati al ruolo da troppi anni, per sperare che riescano finalmente ad appropriarsene. Dei nuovi arrivati speravamo in Nainggolan, ma lui è ancora ingiudicabile da questo punto di vista, almeno fino a quando non recupererà la forma migliore.

Manca attaccamento alla maglia, che poi è maglia per noi, ma potrebbe semplicemente essere amore per il proprio lavoro e rispetto per la fatica fatta per arrivare a certi livelli. E per il pubblico, che anche ieri gremiva gli spalti del Meazza. E in questo Rafinha avrebbe fatto comodo e non poco.

Contro il Parma a latitare è stato anche il gioco

Siamo stati lenti, prevedibili, senza uno spunto che mettesse in crisi con continuità la barriera difensiva degli estensi.

A guardare i freddi numeri non si capisce come si possa aver perso: 73% di possesso palla, 22 tiri totali, di cui 8 nello specchio, contro un Parma che è venuto a San Siro solo per difendersi e cercare di uscire indenne e che invece se ne ritorna a casa col bottino pieno. Eppure a pensarci bene una spiegazione c’è: a ogni tiro è mancata la cattiveria necessaria per bucare il portiere. Una volta a difettare è stata la mancanza di precisione; un’altra la forza per rendere un tiro irresistibile, un’altra la prevedibilità della traiettoria.

Fatto sta che alla fine il muro gialloblu ha retto e pure senza eccessivi patemi. Non ci meritavamo di perdere, ma neanche abbiamo messo in campo quella voglia di vincere.

L’immobilismo di Handanovic e Spalletti: esempio lampante

Avete presente il gol vero? Tiro stupendo di Di Marco con Handanovic che lo guarda entrare perché lo ha battezzato imparabile, come probabilmente era. Ecco io vorrei che Handanovic si buttasse comunque, anche se sa che quella palla non la prenderà mai. In questo suo immobilismo giustificato o meno, io vedo riflessa l’anima inconsistente di questa squadra. Che non sa reagire, che non sa imporsi, guarda come va e si lascia trasportare dal vento dell’entusiasmo o della depressione.

Eh sì, perché una volta preso un gol casuale a quel modo, dopo che tu hai cercato il gol per 80 minuti e ti ritrovi sotto per sfiga, quello che io mi aspetto è una reazione feroce.

Per te stesso, perché non ti può andare bene perdere, soprattutto così.

Per quei sessantamila che sono lì in un sabato pomeriggio per un Inter Parma, non propriamente una finale mondiale.

E invece? Gli undici in campo si sgonfiano ancora di più, diventano ancora più imprecisi, correvano meno, arrivano spesso secondi sul pallone. Sono stati dati 4 minuti di recupero, se ne saranno giocati effettivamente al massimo due, eppure nessuno ha protestato per le perdite di tempo o ha cercato di accelerare la ripresa del gioco. Niente. Neanche il tentativo per salvare la faccia.

E qui deve intervenire Spalletti, che con una squadra costruita secondo le sue indicazioni, completa nei numeri ha l’obbligo di ritrovare in fretta il bandolo della matassa. Anche con scelte dolorose. Ad esempio, siamo sicuri che l’Icardi visto ieri – reduce da un mezzo infortunio, appena ritornato da un viaggio intercontinentale – fosse in grado di giocare quarantacinque minuti più recupero? Da quello che abbiamo visto, no. Spero sia stata semplicemente una valutazione sbagliata, un modo per gratificare la voglia mostrata dal capitano di essere della partita nonostante il viaggio e la stanchezza, perché se ci fossero dietro logiche di spogliatoio di altro genere, Spalletti – che ha panchinato senza troppe cerimonie uno come Totti! – un po’ mi deluderebbe.

Detto tutto il male possibile della prestazione dell’Inter di ieri veniamo a tutto il resto

Il Parma come era prevedibile è venuto a San Siro soprattutto per non prenderle e quindi si è arroccato dietro a fare densità e aspettarci. Fin qui niente di male, quello che invece innervosisce sono le continue e palesi perdite di tempo: il capolavoro intorno al sessantesimo, quando per la prima volta s’è visto un portiere, Sepe, bisognoso dell’aiuto dei compagni e dello staff medico perché colpito da crampi. Crampi. Al sessantesimo. Il portiere. 

Del resto Sepe aveva già dato prova della sua grande sportività nel primo tempo quando ci ha impedito di battere velocemente un calcio d’angolo, buttando in campo un secondo pallone in modo da ritardare la battuta e permettere ai suoi di sistemarsi per difendere. Comportamento che avrebbe comportato un giallo, rimasto però nel taschino del signor Manganiello.

E chi dovrebbe garantire il rispetto delle regole dove era?

Se il Parma da questo punto di vista è stato scorretto, bisogna anche dire che c’è chi gliel’ ha permesso, anzi l’ ha proprio autorizzato a farlo, visto che non ha mai richiamato nessuno a un comportamento più leale: l’arbitro. Il piemontese Manganiello ieri ha dato seguito alle direzioni arbitrali di questo primo scorcio di stagione e l’uso del VAR nei confronti dell’Inter.

Facciamo finta che non ci sia stata, come del resto a Bologna, una direzione a senso unico con falli fischiati ai nostri giocatori a ogni recupero palla.

Con il risultato di limitare la nostra pericolosità e di spezzettare il gioco nei momenti meno propizi per noi, a tutto vantaggio della strategia perditempo del Parma. Dimentichiamoci di questo, che in fondo rientra nella famosa discrezionalità di un arbitro, che può in assoluta buonafede interpretare un episodio in un modo o nell’altro.

Limitiamoci ai dati oggettivi. Al 58’ l’Inter ha chiuso il Parma nei propri sedici metri e arriva al tiro con Nainggolan, il cui piattone a botta sicura viene murato da un difensore. Sugli sviluppi dell’azione la palla finisce a Perisic che tira verso la porta superando Sepe, ma non Di Marco che sulla linea para il pallone con il braccio largo. L’arbitro assegna un calcio d’angolo tra le proteste dei nostri e del pubblico.

Mentre Brozovic si prepara alla battuta dell’angolo, viene inquadrato Manganiello che parla con il VAR, ma il gioco riprende senza ulteriori intoppi. Dal successivo replay della telecamera dietro la porta risulta evidente la topica dell’arbitro, ma o nessuno dal VAR gli ha chiesto di andare a vedere le immagini segnalando l’errore o il VAR ha confortato Manganiello nella sua decisione o Manganiello ha zittito il VAR

In tutti i casi è un assurdo

Ora con l’introduzione del VAR mi sento semplicemente presa in giro. Avendo la possibilità di vedere quelle immagini da quelle inquadrature è semplicemente inaccettabile non andare a controllare e poi non dare rigore ed espulsione di Di Marco. E chi era al VAR, Rocchi, avrebbe dovuto farlo presente.

Se fosse stato fatto, probabilmente, ci saremmo ritrovati sopra di un gol e di un uomo, e sicuramente Di Marco non avrebbe avuto modo di farci gol dal momento che sarebbe stato negli spogliatoi il resto del match. In una partita brutta, mal giocata da entrambe le squadre un “dettaglio” come questo ci ha condannato tanto quanto la nostra incapacità di vincerla.

E a essere pignoli, potremmo chiederci anche dove fosse il VAR in occasione del gol bellissimo di Di Marco: lui trova un tiro stupendo che però Handanovic non vede neanche partire perché di fronte a lui, in evidente fuorigioco, c’è un giocatore del Parma che gli impedisce la visuale. Non c’è stato neanche il silent check, gol regolare e via andare. Magari puoi convalidarlo, ma visto che c’è un dubbio regolamentare cosa ti costa controllare, (il VAR serve a quello no? o almeno serviva), giusto per dare una parvenza di regolarità a questo gioco che assomiglia sempre meno a uno sport.

Ormai il VAR non esiste più: è stato introdotto per portare oggettività e dopo neanche un anno hanno deciso di introdurre anche lì la discrezionalità del primo arbitro. Discrezionalità nel richiederlo o nel zittirlo. E tanti saluti alla trasparenza!

Non si tratta di giustificare una sconfitta con un errore arbitrale

Al contrario, abbiamo giocato male e abbiamo grossi problemi di gioco e personalità che non sarebbero stati scacciati via da una vittoria, o da una decisione diversa data su indicazione del VAR. Ma se ci fosse stato dato quello che ci spettava adesso ci ritroveremmo con una squadra a 7 punti invece che 4. Con un morale diverso e noi sappiamo bene quanto conta lo stato d’animo per questi giocatori e per l’ambiente tutto.

Ma soprattutto non avremmo addosso quella fastidiosa sensazione di déjà vu, di essere tornati indietro a 10, 15 anni fa quando non ci veniva permesso né di vincere, né di perdere con la soddisfazione di aver fatto tutto da soli. E starebbe alla società iniziare a fare la voce grossa per non farci sentire soli.

Che amarezza!

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