Italia:la tattica di un vincente

269
Conferenza Antonio Conte

Nell’Italia la grande vittoria degli azzurri contro la Spagna mette in luce oltre a grinta e carattere una qualità tattica lodevole.

CONTE LO STRATEGA TATTICO

L’Italia di Conte non è più quella difensiva che avevamo visto finora. Lo stesso ct l’ha dichiarato ieri dopo la partita a Raisport: “Abbiamo dimostrato che l’Italia non è solo catenaccio. Il più bel complimento ce l’ha fatto Xavi quando ha detto che l’Italia gli ricorda metà Atletico Madrid e metà Barcellona“. Ne ha buon motivo di forgiarsi del paragone di Xavi, perché gli azzurri ieri sono stato un complesso perfetto.

Contro il Belgio l’Italia aveva dimostrato di saper applicare il contropiede, ma di non riuscire a sfruttare le vaste praterie dei fiamminghi, prediligendo una tattica di contenimento. Alla fine le occasioni avute, esclusa la geniale intuizione di Bonucci e il gran goal di Giaccherini, nascevano da situazioni solitarie, come la deviazione di Pellè sotto porta o l’azione egoista di Immobile che non ha bucato per poco Courtois.

Contro Svezia e Irlanda gli azzurri avevano mostrato dei regressi preoccupanti, sia in fase di costruzione che in fase di ripartenza e ordine tattico e avevano badato più al sodo: qualificarsi, specialmente nello scontro diretto contro Ibra.

Per cui, facendo un paio di riflessioni a a caldo, le caratteristiche che avevano portato la nazionale a superare la fase di qualificazione erano queste: cuore, aggressività, tenacia e un’impenetrabile difesa. A proposito della serratura italiana, in effetti, non si può che elogiare il quartetto juventino: attento, impeccabile, insuperabile e perfettamente coordinato.

Ieri, quell’Italia che abbiamo visto giocare contro la Spagna  era la summa quasi perfetta delle caratteristiche più positive di una squadra vincente: 0 goal subiti, terzini in grado di difendere e contrattaccare, esterni mobili ed incisivi, centrocampo capace di marcare e di rilanciare l’azione, una punta centrale che fa da sponda e un’altra che vi gira intorno e frutta gli spazi e “ciliegina sulla torta” un’elasticità tattica ragguardevole e premiante.

Qui ha vinto Conte rispetto a Del Bosque: la chiave tattica. Diciamocelo francamente tutti, ci aspettavamo un’Italia-fortino contro una Spagna che fra possesso palla, difesa alta e attacchi sia laterali che centrali ci avrebbe infilzato e fatto a pezzi. O se non massacrato, per lo meno ci avrebbe fatto soffrire le pene dell’inferno, come si dice in questi casi. Invece NO! Conte ha basato la vittoria su una squadra che fosse capace di difendere all’altezza della sfida contro il Belgio, altresì di contrattaccare o controllare la partita con sortite offensive. Ingredienti vincenti: aggressività , velocità, perfezione e un controllo palla lucido e razionale. Del Bosque e i suoi non si aspettavano un’Italia così ben posizionata, coraggiosa ed equilibrata e così si sono annullati con le loro mani. Stavolta il tiki-taka s’è isterilito nel nulla e al contrario la difesa spagnola ha sofferto le palle da fermo e la avanzate italiane.

L’ANALISI TATTICA

L’Italia ha battuto dunque l’avversario sul piano tattico e atletico. In che cosa Conte ha vinto la sua battaglia navale? O meglio come l’ha vinta?

LA BRIGLIA A VILLA E INIESTA

La mente imprevedibile della Roja era Iniesta. Uomo per certi aspetti simile a Zidane sulla trequarti avversaria, perché trova sempre il varco giusto, riesce a nascondere la sfera, accelera, riesce a penetrare in area, smista la sfera sulla fascia e serve sempre l’assist vincente, prediligendo all’azione in solitaria, l’occasione per mettere il compagno in condizione di segnare. Giusto per ricordare, vedi la palla offerta a Rakitic nella finale contro la Juve. Conte per impedirgli di ragionare e far male, non gli ha francobollato nessun uomo, ma ha chiesto a De Rossi, i die centrali e talvolta Giaccherini o Florenzi di ostruirgli la via.

Bloccato Iniesta, il ct e la squadra hanno fatto metà de lavoro per arrestare la Spagna. Anche se i giallorossi avevano altre chiavi d’accesso per penetrare in area avversaria. Uno è certamente David Silva. Giocatore che quelli come Chiellini e Bonucci non potevano dimenticare, perché quattro anni fa con le sue serpentine, con lo spazio in campo aperto e con un devastante sinistro mise gli azzurri in croce dopo pochi minuti dall’inizio della finale. Sarà che lo conoscevano o che stavolta l’hanno studiato bene, ma il folletto spagnolo a parte qualche scatto e qualche temerario tentativo, compresa la straordinaria partita di De Sciglio sulla fascia sinistra, non s’è quasi mai visto, se non sui calci da fermo.

IL LAVORO SULLE FASCE

La prima grande intuizione di Conte è stata quella di creare gabbie intorno ai giocatori più pericolosi della Spagna, chiedendo ai suoi animo e sacrificio. Quest’ultima parola è perfetta e ci rende orgogliosi di questa nazionale, perché solo sacrificandosi De Sciglio, Giaccherini e Florenzi potevano trasformare due ali pericolosissime come Alba e Juan Fran in due comuni terzini di serie A. Con corsa, sudore, fiato e aggressività gli italiani hanno bloccato gli spagnoli anche sulle fasce. Solo che non hanno pensato solo a difendere, ma si sono sempre proposti, quasi sdoppiandosi nei rispettivi ruoli: terzini ed esterni in contemporanea.

LA GUARDIA SU MORATA-NOLITO-ADURIZ-PEDRO

Con i rifornimenti bloccati dal centrocampo e dalla trequarti il temutissimo Morata ha iniziato a fare meno paura. Probabilmente Chiello, Barzagli e Bonucci lo conoscevano bene e l’hanno saputo ammansire, impedendogli la sponda verso i compagni, il colpo di testa offensivo, la ricerca dell’uno-due e la possibilità di penetrare in profondità. Anche Nolito senza poter accentrarsi dalle fasce è stato meno pericoloso e fra l’altro sulla sua strada ha trovato sempre uno degli esterni capace di fermarlo. Altrettanto semplice è stato impedire ad Aduriz e più tardi a Pedro di poter catturare un pallone giocabile, di eludere il fuorigioco o di sgominare il panico. Questo grazie anche all’apporto dei due centrali Parolo e De Rossi che hanno fatto filtro a centrocampo, hanno messo a disposizione muscoli, corsa e lucidità di manovra.

La Spagna non è più riuscita a far fluida la manovra, ma impacciata. Il dialogo fra i tre settori della formazione s’è spezzato e diventata squadra di solisti non ha più trovato il modo per pungere l’Italia.

Tanto è vero che è stato Piquè l’uomo più pericoloso, perché giungendo dalle retrovie è stato l’uomo più imprevedibile di Del Bosque. Ovviamente in porta c’era il magico Buffon e il caro difensore del Barca s’è trovato in entrambi i casi la porta chiusa, sia che ci provasse da fuori area con una secca, sia che riuscisse da vero attaccante a trovare la deviazione arcigna in area di rigore.

UN ATTACCO DI SACRIFICIO E PERICOLOSITA’

Pellè ed Eder hanno giocato una partita quasi perfetta. Il primo dopo aver sgomitato, lottato su ogni palla, aiutato la squadra a salire, cercato il corridoio perfetto per i compagni ha fatto come Inzaghi in Italia-Repubblica Ceca di dieci anni fa, ha chiuso il match, a modo suo: porta sguarnita e volé in bello stilo su assist pregevole di Darmian. Fotocopia del goal contro il Belgio sia nella sua realizzazione che nel minutaggio, nella zona Cesarini.

Eder, che probabilmente l’Inter non ha capito come sfruttare non solo ha fatto pressing intelligente insieme ai compagni e s’è dato a un’opera di dispendio per i suoi compagni con pressione sui portatori di palla e sulle ali spagnole, ma ha calciato quel siluro che ha spezzato le mani a De Gea e ha regalato a Chiellini la palla dell’1-0.Gli si chiede solo di essere più incisivo e determinante sotto porta!

UNA DIFESA CORIACEA ANZI UN DODICESIMO UOMO

La forza azzurra è sopratutto in una squadra che ha preso soltanto un goal in quattro partite. Ha fra pali il nostro Gigi nazionale che è il miglior portiere al mondo o se la gioca con il suo prossimo avversario (Neuer); ha tre difensori che si conoscono a memoria, si alzano in maniera sincronizzata, marcano senza esagerare troppo, con astuzie e forza fisica fermano gli avversari e dote da non sottovalutare sono anche pericolosi in zona goal.

Chiellini è l’uomo, che spesso come accade nella Juve, sa avviare l’azione, dà quell’impronta alla squadra con i suoi break offensivi che incoraggiano i compagni ed è sempre presente sotto rete. Infatti eccolo lì a catturare la palla che De Gea rinvia verso l’interno e a Giaccherini steso, calcia da attaccante puro la palla in rete.

Chiello è anche quello che non consente a Morata e compagni di districarsi dalla marcatura.

Bonucci è l’uomo che con un lancio alla Pirlo ha trovato Giaccherini in area belga ed è quello che ieri ha sovrastato su ogni avanti spagnolo.

Barzagli che si diverte meno con incursioni avanzate è sempre onnipresente con la sua eleganza ed efficacia in ogni situazione difensiva.

La difesa di questa squadra è l’emblema opposto del detto: la miglior difesa è l’attacco. Noi diciamo: la miglior difesa è la difesa che difende.

IL JOLLY GIACK

Non che Giaccherini non meritasse la convocazione, ma che diventasse l’uomo cardine di questo collettivo, nessuno l’aveva mai detto o previsto. Mister Giack è l’arma a sorpresa di Conte. Di più è l’uomo che la Spagna non si aspettava. In realtà appare in formazione come un interno di centrocampo, ma nei fatti lunedì ha giocato da esterno, proponendosi sulla fascia e realizzando superiorità numerica ogni qualvolta ce ne fosse la possibilità.

Se il suo nome non è fra i marcatori è perché De Gea ha sradicato dagli incroci la sua splendida conclusione con il destro. Giaccherini ieri ha giocato alla Vidal nella Juve. Metà trequartista, metà centrocampista e a tratti anche esterno. Ha messo in campo corsa, tecnica e animosità. Ha fatto un pressing alla Gattuso, esasperando tutti gli spagnoli da Villa a Iniesta a Busquets.

A questo punto con la Germania che si avvicina, ci chiediamo se questo jolly di periferia sarà il nostro nuovo Grosso, quello umile ed efficace, che in una competizione diventa un eroe nazionale senza accorgersene.

Lo speriamo un po’ tutti, perché questa squadra, per le difficoltà con cui è nata (non dimentichiamoci degli infortuni di Marchisio e Verratti) sta facendo un grande europeo e sta costruendo un sogno.

L’Italia non vince l’Europeo da più di sessant’anni e non è candidata a vincerlo, ma come si direbbe oggi su twitter e come lo stesso Zenga in telecronaca Rai ha detto: #eveniteciancoraadirechesiamoscarsi.

Siamo scarsi? fortunati? grandi combattenti? maestri perfetti della tattica?

Italia-Germania 2 luglio 2016 a Bordeaux: ci dirà realmente chi siamo!

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.