Kondogbia & Co: Assenza causa mal di pancia

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I dolori del giovane Kondo: esiste un vaccino contro i mal di pancia dei calciatori?

Ogni estate ha le sue mode ed i suoi tormentoni. Non fa eccezione il calcio, che d’estate passa dal campo al mercato.
Mentre le società sono tornate ad investire cifre surreali, i calciatori, forse galvanizzati dalle valutazioni dei propri cartellini, hanno dato il via ad un nuovo pericolosissimo trend: il salto dell’allenamento, categoria mal di pancia.

IL mal di pancia

Il “Mal di pancia” e’ un sintomo ormai conosciuto nel mercato pallonaro – Ibra docet. In quel caso l’affare lo fece la società, che incassò tanti quattrini, Samuel Eto’o ed un triplete 9 mesi dopo. Ma si trattava comunque di Ibrahimovic, uno che ti sposta gli equilibri da solo, per cui un mal di pancia da prima donna lo si poteva ancora non dico tollerare, ma comprendere.

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L’epidemia

Quest’anno il virus del mal di pancia ha invece colpito giocatori di altro tenore. Dembele a Dortmund dopo una buona stagione si sente al di sopra di un club che ha sempre dimostrato di poter andare avanti anche senza i gioielli ingrati (poi spesso tornati con la coda tra le gambe perché il mondo dei grandi là fuori è crudele). In comune con Ibra solo la meta: Barcellona. Che e’ poi lo stesso motivo per cui Coutinho e’ disposto a darsi per disperso e non mettere più piede a Liverpool, con buona pace di chi gli ha dato una vera opportunità e lo ha reso qualcuno. Oggettivamente se avessimo la struttura fisica di Cou e dovessimo vedercela con il più furioso dei Klopp al ritorno, ci daremmo tutti un po’ per dispersi.

L’epidemia di mal di pancia non ha risparmiato l’Italia, dove Kalinic le provate tutte pur di lasciare Firenze. Di certo i tifosi viola (ormai abituati all’esodo dei propri titolari) non si strapperanno i capelli come per Batistuta. Chi invece è in una posizione più delicata è Keita Balde, il cui rapporto con la Lazio non è mai decollato. Niente allenamento anche per lui, una mossa che potrebbe però costargli più cara rispetto ai colleghi, dovendo confrontarsi con Claudio Lotito, uno che potrà avere tutti i difetti del mondo, ma che su certe situazioni non transige. Se il giocatore vuole andare, partirà alle sue condizioni. Altrimenti sarà tribuna fino a gennaio. Uomo avvisato…

Mal di pancia sì, ma per i tifosi

Il culmine della psicosi da mal di pancia lo si e’ pero’ raggiunto nel caso di Geoffrey Kondogbia. Onerosissimo acquisto dell’Inter di due estati fa, arrivato per non far rimpiangere a Mancini il suo Yaya Toure, ma mai valso la totalità dell’investimento. Due stagioni trascorse da oggetto misterioso, in cui ogni allenatore passato dalla Pinetina ha provato a decifrarlo senza successo, tanto da arrivare all’umiliante sostituzione dopo nemmeno mezz’ora a San Siro col Bologna. Qualche buona prestazione, pur senza mai eccellere, intervallata da tanti, troppi passaggi a vuoto (soprattutto a livello di concentrazione). Su di lui fin da subito la gogna dei milioni spesi per portarlo a Milano, e San Siro, si sa, non aspetta nessuno.

Lui di voglia di smentire i propri detrattori e di levarsi di dosso l’etichetta del bidone ne aveva meno di un adolescente alle prese con la pulizia della propria camera. Sempre schivo, introverso, come se la sua timidezza andasse ad esprimersi anche in campo, limitandolo rispetto alle enormi potenzialità. A Monaco un dominatore del centrocampo, tanto da essere l’unico tra i non “marziani” ad essere inserito nella top 11 della Champions League. A Milano un ragazzone dalle idee confuse e qualche sprazzo di classe, quasi avesse mandato qui il fratello  scarso, quello che probabilmente gli ha consigliato di rompere gli indugi. Mal consigliato o meno, se vieni pagato milioni per il lavoro che svolgi, devi assumerti le responsabilità delle decisioni che prendi in merito.

Così si è inimicato anche chi lo aveva sempre difeso ed atteso, anche quando sembrava oggettivamente indifendibile. Ha scelto la via più codarda, Kondogbia, proprio lui che non se lo sarebbe potuto permettere. Perché nel mondo reale se a lavoro non rendi, ti cacciano senza troppi pensieri. Nel mondo del calcio in cui invece i giocatori non sono semplici dipendenti ma asset societari, non ci si può permettere di perdere gli investimenti su di loro effettuati. Ed allora gli allenatori ti prendono da parte, ti fanno promesse, quando dovresti essere tu a metterti testa bassa e lavorare duro fino a quando i risultati non arrivano.

Grandi, grossi e… vaccinati?

L’ha vinta Kondogbia, che va al Valencia, dove sicuramente rinascerà come fenomeno, ma oramai è un copione a cui siamo abituati. L’ha vinta in fondo anche l’Inter, che dopo averlo multato salatamente, riesce a cederlo rientrando dell’investimento effettuato, grazie al prestito con tanto di rinnovo, ma soprattutto grazie allo scambio con Cancelo.

Di lui ci resteranno solo un paio di gol, un’autorete da antologia e tanta delusione per chi in lui credeva davvero, nonostante tutto. Delusione che sara’ forse mitigata da quel terzino che magari romperà la maledizione delle fasce nerazzurre.

Lascia proprio nel modo in cui era arrivato, Kondogbia: con i tifosi a saltare festanti. Non era facile riuscirci.

Si presenterà, come tutti gli altri, al campo di allenamento della sua nuova squadra, con tanto di giustificazione per le precedenti assenze causa mal di pancia.
Come una classe di ragazzini viziati, che vissero arricchiti e contenti. Almeno fino al prossimo sintomo.
Ci vorrebbe un vaccino, gli antivax concorderanno in questo caso.

Fonte immagine: LaSicilia.it

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Interista; considero il calcio un divertimento, e come tale non va preso troppo sul serio. Così come i miei articoli. Non credo nelle autodescrizioni. Non puoi chiedere a qualcuno di descriversi oggettivamente. Non può, per natura. Quando ci guardiamo allo specchio, ad esempio, ci vediamo 5 volte più belli di quello che in realtà siamo. Ecco perchè hanno inventato le foto. Poi sono arrivati il fotoritocco, Instagram e i filtri, ma per fortuna abbiamo ancora la fototessera sui documenti. Dicono che un ladro non ammetterebbe mai di essere un ladro. Ma io non sono mica un ladro.

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