La riforma culturale

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Esiste ancora un calcio che non bada al risultato. Un calcio fatto di gioco, capovolgimenti corali, possesso, una buona dose di sprechi dinanzi alla porta, un po’ di estetica. Nulla di assoluto, chiaro, altrimenti l’Inter sarebbe oggi in testa alla classifica. Ma esser comunque terzi, così, assume un significato non poi così banale. Frank De Boer, l’uomo freddo venuto da Amsterdam, ha convinto Milano senza pontificare. Lo ha fatto con le buone maniere, anche in campo, dove decisiva è stata certamente la brillante affermazione sulla Juventus. Tanto che, il pareggio casalingo col Bologna, è stato seguito da applausi e non fischi per l’occasione persa.

La sensazione, dopo un mese di De Boer, è che si sia già di fronte ad una riforma culturale. E non solo sugli aspetti più puramente calcistici del gioco. Si pensi al caso Kondogbia, richiamato in panchina domenica scorsa dopo nemmeno mezz’ora di gara. “Si è giovani a 19 anni, a 23 non più. A 23 anni si è professionisti”. Parole e musica per chi di Kondogbia ne ha piene le tasche ma anche per coloro che, in questo paese, e dunque anche nel calcio, rintracciano un’errata valutazione dei tempi. A 23 anni bisogna prendersi delle responsabilità. Essere uomini. E a 40 nel calcio, 50-60 nella vita normale, saper andare a casa. Un presidente del Consiglio potrebbe benissimo avere trent’anni, quello della Repubblica quaranta se non fosse che, per Costituzione (cambiarla no?), ciò non sarebbe possibile.

Tornando al calcio, è pacifico affermare che la potenzialità Under 23 dell’Inter sia in questo momento pari a 300 milioni. Da Miangue a Gabigol, passando per Joao Mario e chi meglio ne ha fatto le veci domenica a San Siro ovvero quel Assane Gnoukouri che Mancini lanciò due stagioni fa, salvo poi dimenticarsi nella stagione successiva che a lui andava riservato, per coerenza e percorso, un ulteriore passo in prima squadra e possibilmente in campo.

Traiettorie interrotte e ora rinverdite dall’uomo venuto dall’Olanda, che non fa polemica per stile, educazione e tanta cultura. Come quando Allegri gli ha rivolto indirettamente, non più tardi di dieci giorni fa, un italianissimo “Inter-Juve è stata la partita più brutta degli ultimi trent’anni dal punto di vista tecnico” (chiaro, la partita l’aveva persa…), e De Boer ha tagliato corto “Non sono d’accordo”, rispendendo al mittente quell’aria un po’ banale da scuse e da “non dite che è colpa mia, è colpa di qualcun altro, o peggio ancora qualcos’altro” che, crediamo, ha portato l’Italia a prendere più di qualche imbarcata in giro per l’Europa.

Quando Ranocchia (a proposito, altro uomo apparentemente recuperato dalla cura De Boer…) ha sfiorato di testa all’ultimo secondo il gol che poteva regalare i meritati tre punti all’Inter col Bologna, De Boer e il suo assistente si sono gettati a terra fregandosene del protocollo. Quando Gabigol avvicinandosi alla bandierina dell’angolo ha alzato le mani mimando un applauso e provando a trascinare il pubblico, qualcuno in panchina ha riso per la presunta sfacciataggine dell’uomo nuovo brasiliano mentre De Boer si è girato e ha detto “perché ridete, è giusto che Gabigol già chieda l’aiuto del pubblico”. Questione di interpretazione. Per noi italiani relazionarsi col pubblico, forse in generale con l’altro, è molto spesso banco di prova per imporre gerarchie e frustrazioni. Per De Boer un semplice richiamo alla condivisione in clima di serenità personale. Anche questa, in fondo, una riforma culturale.

 

Foto: video.gazzetta.it

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