Lazio – Mi dimetto da giornalista, con il cuore a pezzi e la mente lucida

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Ed è in serate come queste che prendi il computer e inizi a scrivere, perché forse è l’unica cosa che hai sempre saputo  fare veramente. Non è difficile far scivolare le parole fuori dalle dita, anzi sembrano fuggire tra un tasto e l’altro, finalmente libere di posare tutta la loro rabbia contro il bianco candido dello schermo. La Lazio, il calcio, quello che hai sempre amato sin da bambino, ti è scivolato via dalle mani in una notte di lucida consapevolezza.

Avevo solo 9 anni quando ho visto le prime ingiustizie. Boksic abbattuto in area, l’arbitro non fischia, niente rigore, il Milan ci sorpassa ed è campione d’Italia 1999. L’anno dopo: Juventus-Parma, maggio del 2000. Cannavaro segna di testa ma De Sanctis fischia la fine della partita con la palla in volo e i bianconeri in vantaggio per 1 a 0. Si, lo stesso arbitro che poi è stato condannato per Calciopoli. Ci pensa la pioggia di Perugia a rendere omaggio ad un destino (e non solo) avverso, regalandoci la favola di uno scudetto insperato. Ma ero troppo piccolo per capire.

Due anni dopo, mondiali in Corea e Giappone. L’arbitro Moreno e l’Italia. La Corea che passa e con la Spagna ottiene un arbitraggio ancora più scandaloso. Motivi commerciali: il calcio va esportato in Oriente, c’è un pozzo di guadagni infinito da provare a sfruttare e gli organizzatori devono arrivare fin dove possono. Fino al muro invalicabile della Germania in Semifinale.

Poi arriva Blatter, che vende i mondiali ai ricchi di Dubai. Arrivano gli sceicchi e il petrolio. Arriva Neymar, arrivano i cinesi in italia ed i debiti con la Goldman Sachs, arrivano le banche e gli americani. Se ne vanno i presidenti tifosi come Moratti e Berlusconi, fallisce la Nazionale Italiana.

E allora il bambino che è in me quando vede rotolare il pallone su un prato si sveglia, dopo anni di illusioni sempre con l’amata Lazio nel cuore, nel tempo di un replay. O meglio, nel tempo di una Var, l’ennesima in poche giornate. Quando il dubbio della svista non esiste più, lasciando spazio solo alla consapevolezza.

Questo calcio che sembra il ritratto di Dorian Gray io non lo voglio più raccontare. Sempre imbellettato dalle Pay Tv, dalle telecamere negli spogliatoi, salvo poi raccontare solo gli interessi degli abbonati. Dei milioni della Juventus o dell’Inter. E chi se ne frega se il Crotone fa un miracolo e si salva, o se la Sampdoria fa un’impresa e batte Buffon e compagni. Si raccontano solo le storie dei “clienti” che pagano. E’ il calcio capitalista del nuovo millennio. E’ il calcio di Caressa con la parrucca, di Pardo che beve con David Luiz, è il calcio dei tifo-commentatori di Sky. Riposa in pace Nando Martellini, ci manchi Bruno Pizzul. Oggi non c’è più spazio per il Verona di Bagnoli o il Cagliari di Gigi Riva, il Perugia o il Vicenza di Guidolin. Non portano numeri, non portano fatturato.

Allora fatturatevi tutti, io scopro il vostro quadro coperto dal vostro velo di finta spettacolarità, guardando dritto negli occhi il ritratto marcio di un calcio aziendale, con banche e debiti, conti e dollari, Yen e joint ventur. Le vostre squallide figure sono lì, di fronte a me, e i vermi scorrono nei lobi della Var, ennesimo strumento finto, come voi.

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