Occhio d’Aquila – Inutile parlare di calcio, in casa Lazio il problema è un altro

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Non c’è modo di rimanere sereni, nonostante la squadra di Inzaghi arrivi sempre con la maglia sudata a fine partita. C’è un problema ed è evidente: la Lazio è ormai una provinciale. Lo dicono i numeri impietosi delle presenze allo stadio, lo dice l’ambizione simil bergamasca con il sogno “Europa League” e lo dice la campagna acquisti di ogni anno. Non riusciamo nemmeno a superare un Milan con tutte riserve in campo, giocando bene ma non punendo mai gli avversari.

La gara – La Lazio ha un problema perché Immobile è l’unico attaccante in rosa. Da quando siamo nati (nel lontano 1900) abbiamo sempre avuto grandissimi attaccanti: Ancherani il pioniere, Piola il fenomeno, Chinaglia, Bruno Giordano, Riedle, Signori, Crespo, Claudio Lopez, solo per citarne alcuni. Immobile è un buonissimo giocatore, ma non è al livello di nessuno di questi e alla lunga si inizia a notare. Tutte le occasioni sprecate con Chievo e Milan parlano chiaro: non riusciamo a segnare. Questo declassamento offensivo è figlio del relativismo Lotitiano, i “Big” davanti vanno da altre parti con buona pace della nostra storia secolare. Quando anche in B ci presentavamo con Giordano in attacco.

Il Campionato – Le cose stanno come prima, con una giornata in meno. Inter e Atalanta davanti, noi dietro con un fortunatissimo Milan alle calcagna. Sprecata l’ultima e remota possibilità di agganciare Napoli e Roma nella lotta Champions. Il provincialismo della Lazio è evidente anche nei cambi che Inzaghi è costretto a fare: fuori Anderson dentro Lombardi, con i biancocelesti in cerca del vantaggio. Chi altro se non il piccolo guerriero biondo? Ceduti Kishna e Leitner, Luis Alberto poco considerato e Djordjevic da no comment.

Mago indovino – Lotito è un uomo fortunato, nei momenti cruciali è sempre riuscito a risolvere in qualche modo la situazione. Potrebbe riuscire a superare la Roma in semifinale e trasformare una stagione anonima in un’ottima annata. Ciò che rimane però è il provincialismo delle sue scelte, che stona con i marmi imperiosi dell’ex centro dell’Impero Romano e del mondo conosciuto.

 

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