Pugilato: è fiocco nero. Ci lascia Cassius Clay

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Foto dominio pubblico

PHOENIX, 04/06/2016 – Appare oggi in tutti i giornali la notizia più triste che nessuno si aspettava. Ci lascia Cassius Clay, da tutti conosciuto come Muhammad Alì.

Cassius Clay ha perso la battaglia contro una malattia maledetta, il morbo di Parkinson, di cui soffriva dal 1996 e che all’ospedale di Phoenix, ha posto fine alla sua esistenza all’età di 74 anni. Luci spente sul ring, lui ha smesso di danzare. Volava come una farfalla, pungeva come un’ape. Lascia per sempre un ricordo indelebile delle splendide battaglie combattute fuori dal quadrato. Battaglie umanitarie.

Ali era stato ricoverato giovedì scorso in un ospedale di Phoenix, in Arizona, per dei problemi respiratori. All’inizio i medici avevano definito “non gravi” le sue condizioni, che però sono peggiorate rapidamente venerdì sera. La morte è stata confermata in breve tempo da Bob Gunnell, portavoce della famiglia, quando in Italia erano circa le sei del mattino.

Il mondo intero, e non solo quello dello sport, oggi celebra Cassius Clay come Il più Grande, e l’enfasi che di solito coglie di fronte alla morte si trasforma con tutta la naturalezza in un omaggio ad un grande uomo.

Campione del mondo dei pesi massimi, ma ancora di piu’, con i suoi pugni e la sua dialettica esuberante, simbolo della lotta all’apartheid, dell’uguaglianza dei diritti, del riscatto sociale e dell’orgoglio dei neri d’America, amico di Martin Luther King e Malcolm X, e di coloro, bianchi compresi, che manifestavano contro la guerra in Vietnam. E poi ancora candidato al premio Nobel per la Pace, vincitore dell’Oscar per il miglior documentario con ‘Quando eravamo re‘, ed icona della pop art nel secolo scorso, quando lo immortalò Andy Warhol, ed in quello in corso, grazie a Shepard Fairey.

Oggi come allora questi ritratti di Ali sono finiti nei musei, e sono stati riprodotti perfino su un paio di scarpe. Muhammad Ali e’ stato anche poeta ed eroe dei fumetti.

Oltre a questo, Muhammad Alì si presenta come l’uomo che combatte contro la segregazione razziale, che nato Cassius Clay si è convertito all’islam prendendo il nome di Ali, che ha partecipato ai cortei delle Pantere Nere, che è stato picchiato da poliziotti bianchi, che si è rifiutato di partire per la guerra del Vietnam dicendo “non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”, e per questo è stato arrestato, gli è stato tolto il titolo di campione e gli è stato impedito di combattere. Per questo tutti gridano Ali Bomaye! Ali Bomaye! Ali Bomaye! Per questo tutti gridano “Ali uccidilo”. Perché per gli otto lunghissimi round in cui Ali subisce Foreman, in cui Ali è preso a cazzotti da Foreman, si rivede la storia di secoli di schiavitù, di sottomissione, di dominio coloniale in Africa e di segregazione razziale in Occidente.

Come dimenticare tutti i colpi sferrati contro i “nemici”, tutti quei colpi che facevano sussultare chiunque stesse a guardarlo o che in prima linea assistesse ai suoi scontri.

Ebbene possiamo dire che lui è un mito, e ciò perché Muhammad Ali è stato un grande pugile, il più forte di tutti i tempi.

Rimarrà per sempre il ricordo di quel faccione sempre gonfio ma sempre sorridente e sempre vittorioso.

Tanti volti noti vicini al suo mondo hanno lasciato messaggi di commiato:

“Dio si è venuto a prendere il suo campione. Lunga vita al più grande“. Così Mike Tyson su Twitter

Muhammad Ali ha scosso il mondo. E per questo il mondo adesso è migliore. Siamo tutti migliori“: così il presidente degli Stati Uniti Barack Obama esprimendo, insieme con la first lady Michelle, le sue condoglianze per la morte di Ali. Era “il più grande“.

“Muhammad Ali era mio amico, il mio idolo, il mio eroe“. Anche Pelè si unisce alla commemorazione per il campione scomparso.

Il vuoto lasciato da un grande uomo sicuramente rimarrà così come il canto ripetuto all’infinito che non potrà mai essere silenziato: Ali Bomaye! Ali Bomaye! Ali Bomaye!

Foto: dominio pubblico

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