#SorellaDelMondo – Inter e quel suo equilibrio sempre più #Insta(bile)

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«Per costruire un gruppo compatto servono bravi giocatori e persone serie. Poi bisogna saperli condurre»

di Sara Rossi

Parole e musica di Azeglio Vicini, uno che di bravi calciatori, di serietà, di gruppo compatto e di come condurlo ne sapeva qualcosa.

A pochi giorni dalla sua scomparsa queste sue parole potrebbero darci una chiave di lettura del momento che, ormai da troppo tempo, sta attraversando la nostra Inter.

Un’Inter ancora una volta troppo brutta per non lasciare basiti e preoccupati i suoi tifosi, anche sabato sera presenti in cinquantamila sugli spalti di San Siro, nonostante il freddo e il cammino imbarazzante della squadra in questi ultimi mesi.

LA PARTITA – Un primo tempo senza grandi sussulti chiuso in vantaggio, grazie al gol di testa di Eder, reso possibile dalla sfortunata deviazione dell’ex Faraoni, un involontario ringraziamento al club che lo ha fatto crescere e debuttare in serie A.

Altra nota – unica! – il buon cross di Candreva per l’italobrasiliano, che non ha saputo ribadire in rete.

Il secondo tempo si complica intorno al quindicesimo, quando il Crotone approfitta prima di un brutto rinvio di D’ambrosio e poi di un rimpallo che libera al tiro Barberis. Il numero 10 pitagorico da ottima posizione non sbaglia e insacca alle spalle dell’incolpevole Handanovic.

A questo punto ci si sarebbe aspettati una reazione veemente dell’Inter, e invece si assiste al solito balletto dei mille tocchi e degli infiniti passaggi in orizzontale per liberare ai lati qualcuno per un cross vincente che non arriva mai. Quasi come in una partita di pallanuoto il pallone gira a semicerchio intorno all’area avversaria, senza però trovare né l’imbucata per un fantomatico centroboa – quello ufficiale infortunato, il sostituto, svariando per tutto il campo, finisce con il contribuire alla manovra ma a non poter essere sempre presente in area – né al tiro risolutivo da fuori area.

Eppure nonostante questa prevedibilità e frenesia nel far girare la palla, ci siamo costruiti almeno tre palle gol: un tiro da fuori area di Eder deviato in corner, e due clamorose con Perisic, la prima su assist di D’ambrosio, la seconda di Vecino.

AAA VERA INTER CERCASI – Ancora una volta ci è mancato il cinismo, il colpo vincente sotto porta, quella giusta dose di cattiveria che ci avrebbe permesso di tornare alla vittoria, magari non meritandolo appieno, ma facendo un piccolo passo per uscire dalla depressione nella quale sembriamo essere caduti un po’ tutti.

Spalletti alla fine della partita è tornato a parlare di un gruppo a cui manca la personalità, la capacità di reagire e la forza per ribellarsi a quanto di negativo succede in partita. «Come c’è la prima cosa che va di traverso, diventa difficile reagire», queste le sue parole a Inter Tv. Parole che riecheggiano quelle pronunciate da Mauro Icardi la scorsa stagione dopo la sconfitta in Europa League contro il Southampton.

A poco più di un anno di distanza siamo ancora a sentirci dire le stesse cose: manca il carattere, la forza di reagire, la voglia di fare quel qualcosa in più, alla prima difficoltà ci sciogliamo come neve al sole. Perché?

Vicini – ancora lui! – parlava dell’importanza di avere una figura capace di guidare il gruppo, e quest’anno non possiamo proprio lamentarci, visto che sulla nostra panchina siede Luciano Spalletti da Certaldo, uno capace, che conosce il calcio italiano, scafato, che sa parlare alla stampa e che anche sabato sera ha voluto difendere i suoi giocatori assumendosi la responsabilità della situazione.

Ha detto che per cambiare le cose deve essere anche po’ psicologo e rendere fiducia e entusiasmo ai suoi giocatori facendogli recuperare autostima partendo dalle piccole cose.

SALVATE IL SOLDATO LUCIANO – Lui i suoi uomini li aveva difesi anche nella conferenza stampa di presentazione del match contro il Crotone, garantendo che non c’erano screzi nello spogliatoio, che le elucubrazioni giornalistiche sulle uscite social erano cose su cui loro avevano riso tutti insieme, ma che – ecco la salutare tirata d’orecchio – bisogna essere intelligenti nell’uso dei social network per evitare pensieri inutili ai tifosi, che si meritano, invece, solo lodi e impegno in campo per ripagare il loro attaccamento.

Nella stessa occasione aveva difeso anche la società dalle polemiche del calcio mercato di gennaio – non starò a dire niente sulle operazioni di mercato interiste, sarebbe un’inutile ripetizione di quanto avete già letto pochi giorni fa nell’editorialenerazzurro – dicendo che la colpa era invece di chi fomentava le aspettative dei tifosi, finendo con il creare un clima di delusione per il «gusto di creare casino».

E già che era in argomento, ha tirato una bella stoccata a chi passa quelle informazioni alla stampa che invece dovrebbero restare nelle segrete stanze societarie.

Ecco, direi che alla prova di quanto fatto finora e per come sta cercando di gestire la situazione, il manico non sia in discussione.

Eppure i bravi giocatori non ci mancano nemmeno: all’ossatura data da Handanovic, Skriniar, Vecino, Borja Valero, Perisic, Candreva, Icardi, si sono aggiunti anche un difensore centrale in più, Lisandro Lopez, e un giocatore come Rafinha, una delle poche cose positive di domenica.

PUO’ ESSERE L’EX BARCA L’UOMO DELLA SVOLTA? – Ottima tecnica, grandissima personalità per stare nel vivo dell’azione e dare indicazioni ai compagni. L’impatto con il match è stato più che positivo. Ha dimostrato di avere grossissime qualità, ma potrebbe non bastare.

Cosa manca a questa squadra oggi? La copertura in certi ruoli, tipo un terzino sinistro su cui puntare con continuità? Sì, ma mancava anche due mesi fa.

Cosa è dunque cambiato dalla vittoria contro il Chievo? Calo di condizione? Distrazioni? Litigi, divisioni interne nello spogliatoio? Incapacità di mantenere alta la tensione agonistica per più di tre mesi? Il sentire di aver tirato la carretta, che adesso ci pensino gli altri?

Noi non lo possiamo sapere, e se proviamo a interpretare finisce che passiamo il nostro tempo da tifosi a controllare le storie Instagram dei giocatori, e ci ritroviamo ad avere un capitano prima in volo per Madrid, poi in procinto di divorzio e infine sereno in foto nuovamente a colori che lo ritraggono felice in famiglia o a fare gli auguri di compleanno a Perisic.

Oppure stiamo lì a vivisezionare un video di uno scherzo di compleanno alla ricerca di segnali di unione o di divisione dello spogliatoio. E via così a dilaniarci, con Spalletti a dover mettere pezze e richiamare all’ordine i suoi giocatori, riportandoli al rispetto e alla serietà dovuti al loro lavoro e al tifoso.

CHE MANCHI DAVVERO LA SERIETA’? – Eh già, quel “persone serie” usato in apertura, che sia questo quello che ci sta realmente mancando?

Serietà in società, dove le talpe non dovrebbero più avere cittadinanza.

Serietà nei giocatori ogni giorno, sia con un pallone tra i piedi che con un telefonino in mano, perché loro rappresentano l’Inter e indossando quella maglia devono rispetto anche a chi in quella maglia crede e sogna una vittoria, ma che la vuole vedere sudata in ogni partita perché sa apprezzare anche l’impegno e l’orgoglio nel vestirla.

Chissà che così facendo non nasca anche in chi ancora non la sente e  pensa al singolare un senso di appartenenza a questi colori. Appartenenza che manca ormai da troppi anni e che invece è determinante nel dare qualcosa in più.

Altrimenti starà a Spalletti mostrare una volta ancora la sua di serietà e far accomodare in panchina qualcuno, anche chi si sente intoccabile, magari già dalla partita contro il Bologna. E sarebbe auspicabile che in quel caso anche la società si mostri responsabile e sostenga l’allenatore nelle sue scelte.

E se qualcuno avesse avuto bisogno di un esempio di giocatore bravo, serio e professionista, bastava che sabato sera guardasse quel signore sulla panchina avversaria, con le lacrime agli occhi per l’omaggio dei SUOI tifosi.

Quel signore che poche settimane fa ha risposto ai cori offensivi dei milanisti con l’orgoglio di chi si identifica con il nerazzurro e che quindi non vede in quegli starnazzi altro che un riconoscere la sua storia, perché ancora una volta “c’è un solo Walter Zenga”.

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