Conte day: come lo vivono i tifosi dell’Inter? Quelli pro, quelli contro e gli aziendalisti

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Conferenza Antonio Conte

Oggi è il Conte Day! Come vivono gli interisti l’arrivo dell’ex pilastro dei loro “nemici” storici? Il racconto di un tifoso che ne ha viste tante

Mi hanno chiesto: “Ma tu, che sei un interista di quelli purissimi. Uno che ha visto giocare la Grande Inter di HH e che l’Inter di Massimo Moratti l’ha vista vincere e perdere per diciotto anni, come vivi l’arrivo di Conte?“.

Non so perché, ma per rispondere voglio togliermi di dosso ogni sorta di partigianeria, che come una corazza di maglie d’acciaio mi difenderebbe quanto meno da alcune incoerenze e contraddizioni. Quelle che, però, parlando di tifo calcistico, è bene tenere presente sono la parte predominante di ogni discorso su questi argomenti. Penso che sia meglio usare la ragione, ma prima devo mettere in chiaro alcune cose.

Antonio conte e Io sono interista

Io sono interista. Ma, parafrasando una famosa scena di un film di Verdone, “Nu so’ interista così, ma so’ interista COSÌ!!!”.

Conferenza Antonio Conte

Vivo una condizione comune a molti uomini e donne per cui, quando vedo scendere in campo undici ragazzotti in mutande e maglietta a strisce nerazzurre, mi prendo un paio qqd’ore di franchigia dalla razionalità. Perché non mi serve e voglio, in quelle due ore, essere consapevolmente e assolutamente vittima della mia stupidità, che mi porta spesso a dire cose che, se dovessi mai risentire dopo, potrebbero farmi vergognare. Ma al contrario di molti altri tifosi di altre squadre, io non mi sento superiore, ma ho l’assoluta presunzione e certezza che lo sono, in quanto interista.

Inter: perché siamo superiori?

Perché la mia squadra da sempre si porta dietro un alone di leggenda che nessun’altra squadra ha, né mai avrà. Perché nasciamo da una combriccola di artisti in una notte di stelle. Perché siamo fratelli del mondo e, anche se ci sono tra di noi dei beceri ottentotti che ululano dei bu agli avversari di colore, la stragrande maggioranza di noi vive la propria vita con questa regola che ci guida. Perché chi è intelligente è interista, ma non tutti gli interisti sono intelligenti.

Perché siamo Bauscia e guardiamo tutti dall’alto in basso, anche se apparentemente non ce n’è motivo. Perché le gesta della mia squadra sono dettate spesso da un’ intrinseca follia che inspiegabilmente abita nei cuori di tutti coloro che arrivano a vestire i colori del cielo e della notte. Nel bene e nel male. Perché, al contrario di altri club vincenti, abbiamo sempre vinto contro tutto e contro tutti. Nessuno potrà mai togliermi dalla testa che chi arriva nel MIO club abbia questa idea dello sport: vincere con onestà, rispetto per l’avversario e per onorare i colori che ci contraddistinguono, non per i colori in se, ma per quello che simboleggiano da sempre.

Antonio Conte Inter: Il calcio del terzo millennio

Bene, fatte queste doverose premesse, sono un uomo di 60 anni ed ho ben chiaro che il calcio del terzo millennio non è più il calcio fatto di eroi da TV in bianco e nero. Quelli che seguivo da bambino, quando l’Inter andava a giocare sui campi del nord Europa contro squadre che nessuno aveva mai sentito nominare, dove faceva un freddo della madonna ed i giocatori avevano nomi impronunciabili. Quando aspettavo il giovedì sera per vedere immagini a volte al limite del film muto inizio ‘900 dove spesso si immaginavano le azioni e la palla si confondeva con la neve sul campo.

Oggi, soprattutto in quel nord Europa, i campi sono bellissimi, gli stadi riscaldati, le squadre fortissime ed i giocatori conosciuti persino dai nostri bambini di prima elementare. Il calcio è fatto di immagine, di business, di media, di riprese HyperHD, 4K e via discorrendo. Esistono le TV dei singoli club, altro che ascoltare le radiocronache con le radioline a transistor sotto le coperte per non farsi sentire da mamma e papà. Tutto quello che una volta era magia agli occhi di un bambino, oggi non esiste più.

Questo calcio è ipocrita

E se vogliamo, non esiste più nemmeno quell’affetto alla maglia da parte dei giocatori o degli allenatori o semplicemente gli addetti che puliscono gli spogliatoi. Ora sono tutti professionisti e come tali si comportano, giustamente. Anche se poi i calciatori esultano per un gol baciando lo stemma sulla maglia, promettendo di rimanere a vita nel club e dedicando i propri gol ai tifosi “che ci hanno sostenuto”.

Salvo poi andare, dopo un paio di mesi, in un altro club dove vengono pagati di più, ma che “tifavo fin da bambino“. Guardiamoci in faccia: ma ci crediamo veramente? L’ipocrisia del calcio è identica all’ipocrisia di chi, salutando i colleghi d’ufficio, perché cambia lavoro per andare dove lo pagano di più ed occuperà una posizione più importante, gli dice: “Mi mancherete un casino“. Ma non diciamo cazzate!

Mou non è il redentore

Non mi piace parlare male dei tifosi (lo sono anche io d’altra parte), ma siamo in realtà una massa di creduloni. Vogliamo credere che Mou è e sarà interista per sempre, anche se non esitò la notte del 22 maggio a salire sull’auto di Florentino Perez per andare a guadagnare una quantità di soldi che Moratti non avrebbe certo potuto permettersi?

Altro che “Mi piace avere sempre nuove sfide professionali“. Mou ha fatto grande l’Inter e la parte del tifoso mono-neuronale che alloggia in me crede che sia il Messia, ma l’uomo razionale lo prenderebbe a sberle per la falsità. Mou ha fatto i suoi interessi. Voi cosa avreste fatto?

Antonio Conte e Marotta

È in quest’ottica che bisogna leggere l’arrivo di Marotta e Conte all’Inter. In un’ottica di cambiamento radicale della visione di questo sport. Suning non fa beneficenza. Per la beneficenza c’è Zanetti con la sua associazione Pupi e ne sono molto contento. Zanna è il trait d’union con il passato, ma non c’entra più nulla con il presente. Suning fa affari. È vero, anche negli affari a volte ci sono questioni di cuore, nessuno lo nega ed infatti voglio augurarmi che il giovane Zhang sia veramente affetto da una passione verso i nostri colori, così come dimostra pur nel suo aplomb molto cinese.

Ma fondamentalmente Suning vuole guadagnarci e nel calcio il guadagno passa attraverso le vittorie, certamente, ma anche attraverso un’organizzazione aziendale che permette ad una società di funzionare come deve. E a Suning dobbiamo dire grazie, perché lo stato della società, prima che arrivassero i cinesi, non era bellissimo, economicamente parlando. E dobbiamo anche ricordarci che se e quando vinceremo qualcosa sarà proprio grazie al desiderio di guadagno di Suning. Perché il 9 marzo 1908 a Milano i cinesi erano esattamente 312, lavoravano in pelletteria e in Cina, dove ancora c’era l’Impero Celeste, erano nella stragrande maggioranza dei casi poverissimi ed analfabeti e non avevano certo l’interesse di occuparsi di una società di Calcio che stava nascendo in Italia. Ma ora ne sono i proprietari e francamente a me non dispiacciono, pur con le loro incertezze e gli apparenti errori.

L’era dei magnati è finita per sempre

Quindi, prepariamoci anche a pagare questo scotto di crudo realismo: l’era morattiana è finita da molto tempo e probabilmente non si ripeterà più. L’era dei grandi magnati che spendevano come pazzi è finita, perché persino per loro non è più sostenibile l’economia di un club di calcio ai più alti livelli. Quindi ora entrano le grandi società, i fondi hedge, gli sceicchi, che poi sono la faccia di anonime società finanziarie. Insomma le cose sono così e le dobbiamo accettare. Anche perché cosa possiamo fare di diverso? E comunque mi sembra che il popolo nerazzurro abbia, come sempre, sposato la causa.

Non si va allo stadio in 60.000 a vedere Inter-Frosinone, con tutto il rispetto, se non si crede in questa società e nella sua proprietà. Proprio no. Non basta l’amore per i colori, bisogna crederci.

Arrivo di Antonio Conte: che umore hanno i tifosi?

Internet è come il vecchio foro romano: senti tutti e di tutto. E se ci si sa muovere, riesce a darti anche il polso degli umori umani su determinate questioni. Conte all’Inter, com’è facile immaginare, è per il popolo nerazzurro un elemento di forte destabilizzazione. Ci sono quelli che dicono: “i gobbi ce la vogliono far pagare per averli mandati in serie B” … Ma siamo proprio sicuri che siamo stati noi interisti a mandare quelli là in Serie B? Sicuri sicuri? No, perché a me risulta che ci siano stati dei fior fiore di processi … per dire.

L’interista che si oppone decisamente

Ci sono quelli che dicono: “Sarà il punto più basso e umiliante di oltre un secolo di storia gloriosa e a schiera dritta, non me ne capacito”. O altri che dicono: “Perché è stato esonerato Spalletti? Perché stiamo pagando Conte 11mln l’anno? Per arrivare quarti come negli ultimi anni?” o ancora “Beninteso, io a Conte auguro di vincere tutto, il dramma (personale di tifoso) è che non riuscirò a gustarmelo”.

Conferenza Antonio Conte Unendo quindi il dramma dell’interista che vede sedere sulla sua panchina un uomo che oltre ad essere stato condannato dalla giustizia sportiva per illecito, porta con sé la lettera scarlatta di essere stato e tutto sommato essere un gobbo, quindi un nemico. E il dramma dello sportivo che vede come prospettiva quella di lottare ancora molto, troppo lontano dalla testa della classifica. Alcuni, compreso chi scrive, non hanno dimenticato Lippi. Perché quello che fece non si può dimenticare.

L’Inter che sopporta

Per contro però c’è anche chi dice: “Il Real ha modificato il suo logo per motivi religiosi. Noi abbiamo solo temporaneamente un allenatore che ci fa cagare. Andrà tutto bene” e in fondo mi sento di sposare questa posizione che prevede che comunque viene sempre prima il club con i suoi colori e poi il resto.

L’Inter aziendalista

Ma poi ci sono quelli più realisti del Re e che hanno fatto dell’aziendalismo la loro linea guida: “il nostro AD ha parlato chiaro. Esistono delle regole e dei doveri che vanno rispettati. La scelta di tagliare due giocatori, importanti per valore e ingaggio, significa tracciare una linea tra il prima e il dopo.Si è sempre detto che all’Inter, per via della gestione di papà Massimo (grazie grazie grazie grazie e ancora grazie!) mancasse una struttura societaria chiara, una linea di comando e delle regole valide per tutti”.

Beh, magari non sposo in toto questa posizione, ma credo che sia sicuramente la più istituzionale: la Società ha sempre ragione perché l’obiettivo è vincere quindi ci si muove in quella direzione. Che va bene, eh, purché non si sposi la regola “Vincere è l’unica cosa che conta” perché questa non è la regola benedettina degli interisti. Non lo è mai stata e spero non lo sia mai, perché da lì a passare al “pur di vincere vale tutto” è un attimo.

Conferenza Antonio Conte: riflessioni estemporanee di un interista

Ma poi, mentre scrivo, penso: “Ecco, al solito quando parlo di Inter assumo posizioni intransigenti e cerco di giustificarle partendo da assiomi che funzionano soltanto nella mia geometria privata”. In fondo è vero, il tifo, quello più radicato in noi, ci fa sempre pensare in modo estremamente rigido. Perché dovrei credere che Marotta è arrivato all’Inter “per distruggerla? In realtà è una cazz…., forse alimentata da qualche giornalista, se lo vogliamo chiamare così, per sollevare un polverone su cui vivere per un po’, non avendo altre idee.

E perché allora Conte dovrebbe portare lo stile dei gobbi e non dovrebbe rimanere affascinato dal nostro? Perché mai il nostro stile dovrebbe avere così meno appeal da dover essere sostituito? Non sarebbe possibile che Conte a Milano si innamorasse dei nostri colori, dei nostri valori, dei nostri tifosi e dei nostri bambini che negli Inter campus di tutto il mondo corrono dietro ad un pallone gridando e ridendo e che vincesse anche per loro oltre che per se stesso? Conte è un professionista, è vero, ma è anche un uomo e quindi, anche se il suo passato non mi piace, da oggi è il mio allenatore e qualunque sia il motore che lo spinge, voglio che vinca anche per me. Per l’interista che sono. E voglio che vinca da interista. Il resto sono parole.

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