Pierluigi Spagnolo: i “Ribelli degli stadi” non sono criminali

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Pierluigi Spagnolo - la scrivania
Pierluigi Spagnolo - la scrivania

Pierluigi Spagnolo racconta il mondo ultras dall’interno. Nell’intervista a Tifoblog ci racconta il suo Bari e come capire i tifosi evitando gli stereotipi

Buongiorno Pierluigi, grazie per avere accettato l’intervista di Tifoblog, lo spazio web del tifoso. Tu sei giornalista e scrittore e racconti il mondo ultras dall’interno, da insider.

Il libro “I ribelli degli stadi”

Copertina "I Ribelli degli stadi"
Copertina “I Ribelli degli stadi”

D. Come ti è venuta l’idea di scrivere “I ribelli degli stadi”?

P: “Alla vigilia dei 50 anni del mondo ultras italiano, che nel 2018 ha festeggiato proprio mezzo secolo di vita, ho voluto delineare una storia del tifo in Italia, soffermandomi soprattutto sull’esperienza degli ultras delle curve, anche per cercare di sfatare tutta una serie di tabù e ribaltare alcuni luoghi comuni che il tifo organizzato porta con sé”.

Gli ultras: come non criminalizzarli e capirli

D. Pensi che il movimento ultras sia troppo criminalizzato? Bisogna eliminarlo come dice qualcuno oppure è possibile una pacifica convivenza tra squadre e gruppi organizzati di tifosi?

P: “Alcuni sociologi sostengono che, quando non si comprende un fenomeno, spesso si finisce per criminalizzarlo e condannarlo preventivamente. Io credo che un fenomeno complesso come quello degli ultras del calcio abbia subito spesso un approccio superficiale o figlio di un forte pregiudizio”. “Chi dice che il mondo ultras vada eliminato dagli stadi, dimostra di non aver compreso davvero cosa siano gli ultras. Non si può eliminare un’aggregazione spontanea di soggetti che si radunano attorno ad una passione. Si possono combattere gli eccessi e punire i reati, ma un fenomeno sociale come quello degli ultras non si scioglie con le leggi”.

Il Bari: l’attuale gestione

D. Tu sei tifoso del Bari. Come vedi l’attuale proprietà e staff tecnico? Ci sono i presupposti per una risalita nella massima serie nel giro di qualche anno?

P: “Sono nato a Bari e sono tifoso del Bari. Non ho mai tifato per un’altra squadra, ho una sola passione. Dopo la sciagura del fallimento, il titolo sportivo è finito nella mani di una famiglia economicamente solida come quella dei De Laurentiis, che si spera possa riportare la squadra almeno in Serie B, nel più breve tempo possibile”.

Nostalgia del Bari di Matarrese?

D. Cosa ti piace di più del calcio? Sei nostalgico di qualche periodo in particolare? Penso al Bari di Matarrese…

P: “Del calcio mi piace soprattutto l’aspetto popolare, l’aggregazione che nasce dal tifo. Mi piace il calcio come rito collettivo, non come spettacolo di intrattenimento, non mi piace lo show patinato che negli anni sta diventando”. “Sono nostalgico dello spirito del calcio Anni 80 e 90, ma da tifoso del Bari non ho nostalgia della gestione dei Matarrese. A mio parere, più ombre che luci, nonostante i successori abbiano fatto peggio, pur in tempi molto brevi”.

Vita da curva

D. Un episodio della vita di curva che ti piace ricordare ed uno da dimenticare…

P: “Non c’è un episodio specifico. Ogni panino diviso in autogrill con i compagni di viaggio in una trasferta, ogni abbraccio dopo un gol, ogni lunedì senza voce merita di essere ricordato. Da dimenticare, ogni volta che il tifo diventa cronaca nera, e gli ultras smettono di essere dei tifosi turbolenti e passionali, finendo per diventare dei delinquenti comuni”.

L’Italia di Mancini

D: L’Italia sta crescendo di nuovo grazie al ct Roberto Mancini. Se fossi suo consigliere stretto, quale consiglio gli daresti? E quale suggerimento daresti alla Federazione per tornare ai vertici mondiali del calcio?

P: “Mi piace molto Mancini come c.t., sono convinto che potrà avviare una fase positiva per il calcio azzurro. E credo di non aver alcuna competenza per dare consigli a uno come lui, quindi mi astengo dai suggerimenti…”

Pierluigi Spagnolo
Pierluigi Spagnolo

Pierluigi Spagnolo, giornalista

D: Da quanto scrivi sul calcio? Che consiglio daresti ad un ragazzo o ad una ragazza che volesse intraprendere la tua professione? Specializzazione o gavetta?

P: “Ho iniziato a fare il giornalista nell’estate del 2003, dopo aver vinto una selezione che dava diritto ad uno stage con borsa di studio nella redazione del Corriere del Mezzogiorno, il dorso pugliese del Corriere della Sera. Ho iniziato così, poi collaborazioni, contratti a termine, fino all’assunzione in Rcs nel 2009. Mi sono occupato di calcio, ma anche di cronaca e cultura. Ho lavorato al quotidiano free press City, per alcuni mesi al Corriere della Sera a Roma, poi dal 2012 sono alla Gazzetta dello Sport, a Milano, prima nella redazione Milano-Lombardia e da quasi tre anni alle pagine AltriMondi, quelle non sportive”. “Consigli a chi voglia fare il giornalista, oggi? Avere un contratto stabile in un giornale cartaceo diventa sempre più difficile, sarebbe scorretto illudere e affermare il contrario. Ma la passione deve sempre spingerci a cercare di riuscire a fare un mestiere così affascinante, magari immaginandolo più orientato al web, alle piattaforme digitali o alla tv”.

Gli ultras anticonformisti e ribelli

D: I “Ribelli degli stadi” – racconti nel tuo libro – si formano in seno al 1968, nell’atteggiamento anticonformista di rifiuto e contrapposizione alla società. Anche tu sei un ribelle? E gli ultras si possono definire anche oggi “ribelli” o hanno accettato le regole del gioco?

P: “Il movimento ultras in Italia nasce nel 1968, nel clima caldo e turbolento delle contestazioni studentesche. E poi esplode e si radicalizza nel periodo infuocato degli Anni 70. Quello spirito ribelle e antagonista al sistema, sopravvive ancora oggi nel mondo ultras, com’è tipico di una vera e propria sottocultura. Io un ribelle? Sicuramente non amo il conformismo e il pensiero unico e dominante, anche nell’informazione”. “Oggi gli ultras sono sicuramente meno liberi. Le leggi speciali li hanno costretti a dichiarare e a chiedere un’autorizzazione per ogni striscione, per ogni bandiera, persino per i megafoni da portare in curva”.

Il derby di Milano

D: Il derby di Milano. Tu vivi nel capoluogo lombardo dal 2012. Come vivi il derby della Madonnina? Ci racconti un episodio che ti ha fatto pensare: “da qui non vado più via”.

P: “Ne ho vissuti già diversi in redazione, aspettando i pezzi dei colleghi impegnati a San Siro, ma non ne ho mai visto uno dal vivo. Ha sicuramente un fascino particolare, poi io sono innamorato dello stadio “Meazza”, trovo davvero inconcepibile che si possa pensare di abbandonarlo o addirittura di abbattere uno stadio così simbolico”. “Sono innamorato di Milano, dagli angoli nascosti della zona Duomo o di Brera così come dalle piazze moderne con i grattacieli. Torno spesso nella mia Bari, ma penso spesso che non lascerei più Milano per lavorare altrove”.

Il prossimo libro?

D: Quale sarà il tuo prossimo libro? Raccontaci i tuoi progetti e su quale argomento ti piacerebbe scrivere.

P: “Per ora non sto lavorando ad altri progetti, già il lavoro in Gazzetta mi assorbe quasi totalmente. “I ribelli degli stadi” mi sta portando ancora in giro in tutta Italia, siamo ad oltre cinquanta presentazioni/dibattiti, quindi per ora mi godo le soddisfazioni che arrivano e l’affetto del pubblico”.

Grazie mille Pierluigi per il tuo tempo. Ci siamo conosciuti in occasione dell’OFFside Festival, ma era da tempo che desideravo incontrarti. In bocca al lupo per il Bari e per i tuoi progetti!

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