Poesie di sport: Mio Grande Torino e 4 maggio 1949 per ricordare la tragedia di Superga

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Immagine usata con licenza Creative Commons

Poesie su Superga: “Mio Grande Torino” e 4 maggio 1949

Una delle tragedie più pesanti e incredibili della storia calcistica è la poesia di Giovanni Arpino, poeta torinese scelta nella nostra rubrica per onorare il giorno della strage di Superga.

L’incredibile ed efferato incidente aereo. Una squadra che dal ritorno da una trasferta da Lisbona è scomparsa contro una collina. Era un’amichevole contro il Benfica e finì 4-3 con la vittoria per i lusitani.

Nel viaggio di ritorno, fra la nebbia o una deriva verso dritta causata dal vento o un errore umano o altri? Resta un mistero!

Morirono tutti: pilota, co-pilota, motorista, radiotelegrafista; i giornalisti Casalbore, Tosatti e Cavallero; più tutto lo staff dirigenziale fra cui il massaggiatore Cortina e il dt. Erbstein e ancora i dirigenti Agnisetta, Civalleri e Bonaiuti.

L’Italia quel giorno perse campioni indimenticabili. Fra cui il celeberrimo papà di Sandro Mazzola, alias Valentino e poi  Loik e Grezar (da noi inseriti nella sezione dei best tridenti).

Grande Torino: la formazione

Ma eccoli i nomi degli undici consueti che scendevano in campo a rastrellare le altre squadre:

1 Bacigalupo

2 Ballarin

3 Maroso

4 Grezar

5 Rigamonti

6 Castigliano

7 Menti

8 Loik

9 Gabetto

10 Mazzola

11 Ossola 

Cosa vinse il Grande Torino

Questa strepitosa e indimenticabile formazione vinse rispettivamente 5 scudetti consecutivi (dal 1924 al 1949) e una Coppa Italia (quella del 1942-43). Furono ben quattro gli allenatori che si avvicendarono: Kuttik, Ferrero (2 anni), Sperone e Lievesley.

Giorno del calcio: il 4 maggio 1949 e Superga

Oggi ricorre il settantunesimo anniversario della scomparsa del Grande Torino. Vorremmo onorarla con due poesie.

Una è del nostro coltivatore di poesie sportive (Paolo Carazzi, di cui vi proponiamo la biografia) e l’altra è originariamente piemontese. Autore: Giovanni Arpino.

4 maggio 1949 di Paolo Carazzi

Sono le ore 17 e 5 minuti di quell’infausto giorno maledetto,

Una fitta nebbia con pioggia e vento davano il loro verdetto;

Per tanti eroi del pallone era giunta l’ora d’essere immortali,

Esaltando nell’Olimpo dei noti Campioni i tuoi colori vitali:

Rosso Granata il drappo con Data e Toro a caratteri cubitali.

Geme e dispera da allora il popolo dei veri e autentici tifosi,

Al ricordo di tanti “Signori della pedata” sempre più famosi!

A cura di Paolo Carazzi

Milano, 04 maggio 2020
(Tutti i diritti riservati all’Autore)

Parafrasi e interpretazione 4 maggio 1949

Subito il poeta parte con una precisazione cronologica (sono le 17:05). Il tempo s’è fermato in quei minuti e quei secondi. È l’ultimo atto di una quadra di eroi indimenticabili. Ma il poeta calca la mano sul giorno: tautologica ripetizione di infausto e maledetto giorno. E l’inversione fra aggettivo e nome evidenzia il suono forte.

Si passa poi al secondo verso che fa riferimento alle supposte cause meteorologiche: vento e nebbia. Una natura che, in modo leopardiano, si negativizza: insomma si fa portatrice non voluta di morte. Il verdetto del vento che costringe alla manovra quasi fosse la mano di Eolo e porta il verdetto: la morte. Il pilota infatti si ritrovo il terrapieno della collina davanti. Insomma vento e pioggia, sempre nefasti, sono una sentenza ineluttabile. E a questo punto, nel terzo verso, si passa all’immediata beatificazione degli eroi del Grande Torino. Angeli che sono già in Paradiso (icastica rappresentazione degli innocenti nel Cielo.

E questa squadra, che appunto, è già fra i beati, mostra l’orgoglio e l’onore che porta: colori, drappo, nome e data. Quasi come se il sangue del Toro scorresse ancora nelle vene di quei defunti. Ma l’ascesa dell’ascesa in Paradiso si configura secondo una rappresentazione classica e omerica: l’Olimpo degli Dei, anzi no, per traslato, quello dei Campioni. Insomma anche di fronte a celebrità venute meno, questi ragazzi non hanno nulla da invidiare, tanto è stato il loro valore. Non c’è nemmeno il passaggio attraverso il Purgatorio. Si va subito in Paradiso.

E l’insistenza sui suoni r, t, c e d è un chiaro segno di una stridore forte. Una r di grinta, ma anche di rosso come il fuoco negli occhi delle stelle del calcio. Una r come quella di rabbia e contemporaneamente di drappo, insomma di gagliardetto. Ma anche di rosso granata. Seppur è vero che il colore sociale è il bordeaux, il poeta in questo caso calca la mano sull’orgoglio dei vincenti.

E il distico o ultimi due versi finale ci riportano all’attualità. Insomma ai vivi che compiangono i morti. “Gemere” e “dispera” il popolo dei veri autentici tifosi. E qui ci si riferisce al ricordo, anzi alla ricorrenza annuale. Ogni anno le autorità torinesi, la dirigenza granata e i tifosi si recano presso la Basilica di Superga e danno un saluto funereo ai morti. Quest’anno, a causa del coronavirus e del rischio contagio, la cerimonia non sarà possibile.

MIO GRANDE TORINO di Giovanni Arpino

Come si diceva l’altra è in dialetto piemontese. Una bellissima poesia dello scrittore Giovanni Arpino, che fra l’altro era probabilmente un tifoso juventino e questi versi gli fanno maggior onore.

La poesia e’ ben nota soprattutto ai tifosi piemontesi del Toro e la traduzione dal dialetto locale ritrovata in rete è fra le più attendibili. Non tradisce troppo il testo e conserva la musicalità delle rime originarie.

Particolarmente belli e significativi mi sembrano i versi “in quegli anni affannati /unica e sola la tua bellezza era” ( s’è cercato di tradurre il piemontese “sagrin” con affanni..), concetto poi ribadito nei versi “ma un fiore l’avevamo ed eri tu, Torino“. In un periodo storico di sofferenza per il capologuogo piemontese e per tutta la nazione, una squadra di calcio, con le sue imprese, rappresentava un valore nazionale di cui andar fieri e riunificava il popolo lavoratore (e quello disoccupato) in un’unica arena dove godere delle giocate prestigiose e vincenti dei granata. Il Toro vinceva e dava spettacolo. I tifosi granata di oggi sono quelli che hanno assorbito dentro di sé il vanto e l’onore “degli invincibili”.

Cogliamo l’occasione quale voce online dei tifosi di tutta Italia per condannare fermamente le scritte ignominiose comparse lungo il percorso che porta alla collina di Superga. Questi atti, purtroppo ad oggi, ancora presenti son unicamente figli dell’ignoranza e del becero odio di chi gode ad istigare violenza

MIO GRANDE TORINO di Giovanni Arpino

Me grand Türin

Russ cume el sang
fort cum el Barbera
vöj ricordete adess, me grand Türin
An cuj ani ed sagrin
ünica e sula la tua blëssa j’era.

Vnisìo dal gnente, da guera e da fam,
tren da bestiam, téssere, galera,
fratej mort an Rüssia e partigian,
famije spantià, sperdüa minca bandiera.

I j’ero pòver, livid, sbarüvà,
gnanca un sold sla pel e per rüsché
it dovìe surié, brighé, preghé,
fin a l’ültima gussa del to fià.

Fümé a vorìa di na cica an quatr,
per divertisse i dovìo rije ed poc,
per mangé i mangiavo fin ij gat,
j’ero gnün: i fürb cume ij fabioc.

Ma un fiur l’avio e it j’ere ti, Türin,
tajà ant l’assel j’era la tua bravüra,
giuventü nostra, che tüti ij sagrin
portava via cun tua facia düra.

Tua facia d’ovrié, me Valentin!
me Castian, Riga, Loik, e cul pistin
ed Gabet, ch’a fasìa vnì tüti foj
cun vint dribling e pöj a j’era già gol.

Filadelfia! Ma chi sarà el vilan
a ciamelo un camp? J’era na cüna,
de speranse, ed vita, ed rinassensa,
j’era sogné, crijé, j’era la lüna,
j’era la stra dla nostra chërsensa.

It l’has vinciü el mund,
a vint ani it ses mort.
Me Türin grand
me Türin fort.

Traduzione dal torinese all’italiano

 

VOGLIO RICORDARTI ADESSO, MIO GRANDE TORINO.

IN QUEGLI ANNI AFFANNATI

UNICA E SOLA LA TUA BELLEZZA ERA.

 

VENIVAMO DAL NULLA, DA GUERRA E FAME

CARRI BESTIAME, TESSERE,  GALERA

FRATELLI MORTI IN RUSSIA E PARTIGIANI

FAMIGLIE DIVISE, SPERDUTA OGNI BANDIERA.

 

ERAVAMO POVERI,  LIVIDI, SPAVENTATI

SENZA UNA LIRA, E PER LAVORARE

DOVEVI ALLISCIARE,  BRIGARE,  PREGARE

FINO ALL’ULTIMA GOCCIA DEI TUOI FIATI.

 

FUMARE VOLEVA DIRE UNA CICCA IN QUATTRO

PER DIVERTIRCI, DOVEVAMO RIDERE DI POCO

PER MANGIARE,  CI MANGIAVAMO

ANCHE IL GATTO

ERAVAMO NIENTE, IL FURBO COME LO SCIOCCO.

 

MA UN FIORE L’AVEVAMO ED ERI TU, TORINO

TAGLIATA NELL’ACCIAIO ERA LA TUA BRAVURA

NOSTRA GIOVENTÙ,  CHE TUTTO IL NOSTRO DURO DESTINO

PORTAVI VIA CON LA TUA FACCIA DURA.

 

IL TUO VISO DA OPERAIO, MIO VALENTINO

MIEI CASTIGLIANO,  “RIGA”, LOIK E QUEL DAMERINO

DI GABETTO, CHE LI FACEVA IMPAZZIRE

CON VENTI DRIBBLING, PRIMA DI SEGNARE.

 

FILADELFIA! MA CHI SARÀ COSÌ IGNORANTE

DA CHIAMARLO UN CAMPO? ERA UNA CUNA

DI SPERANZE, DI VITA,  DI RINASCITA

ERA LA STRADA DELLA NOSTRA CRESCITA.

 

HAI CONQUISTATO IL MONDO

A VENT’ANNI HAI TROVATO LA MORTE

MIO TORINO GRANDE

MIO TORINO FORTE.

A cura di Paolo Tamagnone e Paolo Carazzi

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