Calcio 2020: lockdown e non solo: ecco com’è cambiato il calcio?

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cambiamento calcio dopo il lockdown

Sarà meglio che, ancora per sei mesi, se non di più, ci abituiamo ancora al calcio da stadi chiusi o aperti a poco pubblico. Non è che l’avvento del 2021 o l’arrivo del vaccino o dei vaccini (a seconda dei casi) cambierà la situazione attuale. E allora un interrogativo si pone come estremamente interessante. Ma com’è cambiato il calcio dal lockdown in poi?

Efetti lockdown sui calciatori

Gli effetti negativi: poco pubblico, poca grinta

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E partiamo proprio da chi in campo ci va per lavoro e per vincere: i giocatori. Com’è cambiato il calcio per loro? Inizialmente uno penserà, poco o nulla, perché quello che facevano prima, lo fanno ancora adesso. In realtà la risposta è più complessa e richiede un po’ più di analisi.

Ci sono interpreti del pallone che spesso amano vivere trascinati dal pubblico e che con il pubblico hanno un feeling tutto particolare. Vogliamo ricordare, se pensiamo al passato, alla forza trainante di San Siro per Rino Gattuso o alle esultanze popolari con cui Totti deliziava i propri tifosi? O pensando ad oggi, come dimenticare le serpentine di Messi in un Camp Nou infervorato o come spesso lo Juventus Stadium trascini a suon di applausi e incoraggiamenti Paulo Dybala?

Ma, ho preso un po’ di esempi rapidamente e se ci ripensassi bene, ne troverei altri mille di giocatori che per la propria maglia hanno dato l’anima e il corpo in campo, anche grazie al cosidetto “dodicesimo uomo”. Se vogliamo ricordare il più grande di tutti, si deve fare il nome del Dio del Calcio, per eccelleza: Diego Armando Maradona. Uno che palla al piede, sentiva il pubblico come non mai dentro se stesso e il resto lo faceva tutto da solo.

Ebbene, questi mesi di lockdown, mezzi lockdown, riaperture e chiusure degli stadi hanno inciso, eccome, sui risultati sportivi. In particolare sui calciatori. Sia negativamente sia positivamente. 

Il primo effetto l’avete già capito è la mancanza di un rapporto di fiducia e di adrenalina fra il giocatore e il proprio stadio. Vero che non possiamo sapere, con il senno di poi, se le partite di cui abbiamo goduto in questi mesi, sarebbero state le stesse con il pubblico. Ma certamente il silenzio assordante dello stadio vuoto, almeno inizialmente ha inciso. Così giocatori di pancia, di cuore sono risultati normali e hanno perso magari la loro proverbiale caratteristica. In questo caso penso ai propulsori del gioco, della mediana o ai fantasisti, che spesso vivono in simbiosi con il pubblico. Ho citato Dybala, che dopo l’exploit finale dello scorso anno, quest’anno pare “rammollito” e poco incisivo. Potrei parlare di Brozovic o anche Martinez dell’Inter, che vivono per l’applauso del campo e che si ritrovano spesso a perdere la loro caratteristica da combattenti. Ma anche i bomber hanno sortito l’effetto del vuoto del grido d’incitamento: un cannoniere come Immobile, che vive per la fame di goal dei suoi tifosi o Suarez, che sta facendo bene all’Atletico, ma che non è quel cobra mordente del Camp Nou. O anche lo stesso Ilicic (su cui pesa la depressione estiva) non è più l’imponente dribblatore, che lasciava sul posto quattro avversari per poi siglare un goal.

Ovviamente ci sono poi campioni professionisti che, pubblico sì o pubblico no, fanno il proprio compito e si comportano da leader in campo e fuori: Cristiano Ronaldo della Juventus, Lukaku dell’Inter, Ibrahimovic del Milan, Dzeko della Roma e tantissimi altri cannonieri, come l’impareggiabile Lewandowski nel 2020. Insomma chi il goal ce l’ha nel sangue, lo sente, con o senza urla dei propri beniamini.

Effetti positivi: concentrazione e crescita personale

E poi ci sono gli effetti positivi, di quelli che pativano la pressione del pubblico (vuoi per screzi o contestazioni subite) e che ora sembrano rinati.

Molti campioni, al contrario, proprio senza pubblico sono emersi maggiormente. Lozano del Napoli, per esempio, è un altro giocatore. Entra in campo, lotta su ogni palla, segna e fa giocate tecniche di pregio.

Icona di questo cambiamento è sicuramente quell’Hakan Calhanoglu del Milan, che riposizionato dove sa giocare e senza i ricordi delle giornatacce a San Siro, è diventato un faro imprescindibile per la propria squadra. Fa girare la palla, corre, lotta, offre assist e giocate preziose e segna pure.

O Locatelli del Sassuolo, che sicuramente in terra romagnola avrà trovato terreno per crescere, è un altro giocatore che si prende responsabilità e che fa girare la squadra benissimo. O ancora Danilo della Juventus, che lo scorso anno pareva impacciato e di poco conto e quest’anno sia da centrale che da terzino sta facendo ottime prestazioni. A differenza del suo compagno di reparto Bonucci, che invece patisce l’assenza dei tifosi. O fra i terzini non si può non citare le prestazioni difensive, di continuità e di grinta di Davide Calbria del Milan, che lo scorso anno era poco più che un rincalzo (già pronto ad andare sul mercato) e che oggi è uno dei componenti più importanti della squadra.

O andando all’estero è sorprendente la tranquillità e la qualità con cui sta giocando l’ex Udinese Bruno Fernandes, che da meteora a Manchester sta diventando un capo-squadra.

Molti ragazzi senza la pressione e le urla, senza l’imcombenza di dover far bene o di doversi meritare la stima del pubblico sono completamente cambiati come giocatori dopo il lockdown. Hanno trovato quel clima di tensione agonistica e contemporaneamente di concentrazione, che ha consentito loro di fare il grande salto, scrollandosi un po’ di ruggine addosso. E lo stesso analogo mutamento si è verificato nelle squadre.

Effetto lockdown sulle squadre

Effetti negativi: impotenza psicologica e debolezza

Ci sono squadre di A che vivono per i propri tifosi e che sentono il proprio fortino come davvero arma in più per vincere. Stadi storici come lo Juventus Stadium, San Siro, lo stadio Diego Armando Maradona di Napoli (ex San Paolo), l’Olimpico, l’Artemio Franchi, il Tardini, l’Arena del Cagliari, il tremendo Bentegodi di Verona, il Gewiss Stadium o ex Atleti Azzurri d’Italia di Bergamo, il Ferraris di Genova e tanti altri. Ora come ora andare in trasferta non ha più il significato di una volta. Si va a giocare in un altro campo e basta. Non la senti l’atmosfera colorata, infervorata e festosa del campo.

Prima della comparsa del virus questi stadi e tanti altri facevano tremare le gambe ai giocatori. Ora, anche le provinciali o le squadre di rango inferiore se la giocano senza paura. Ecco spiegato, forse, il miracolo Sassuolo, che abbina un gran bel gioco rapido e veloce a una piena coscienza della propria forza. Ma, sempre con il se o il ma, non possiamo essere certi che Napoli-Sassuolo sarebbe finita in quel modo se lo stadio partenopeo fosse stato pieno.

Se prima le “squadrette materasso” (non il Sassuolo certo) potevano o fare la mega impresa al Meazza o rischiare la batosta, adesso se la giocano ad armi pari, tasso tecnico e condizione psicofisica esclusi. E anche questo, insomma, è un lato del calcio, che poche volte abbiamo potuto considerare.

Di contro le squadre che avevano nell’apporto del pubblico un aiuto in più si sono ridotte psicologicamente a “squadre normali”. Prendo l’esempio più eclatante: la Fiorentina. Una volta la trasferta di Firenze era difficile, era complicata e spesso se ne usciva con un risultato ottenuto lottando. Adesso la Fiorentina senza il proprio pubblico sembra una squadra di gran lunga irriconoscibile. Senza mordente, senza appeal, senza spinta. Lo stesso dicasi per la squadra del Cagliari, il cui unico aiutante rimasto è pur sempre il clima sardo. O il povero Parma che senza il Tardini a sostenerlo pare naugrafare.

Effetti positivi: tranquillità e tanti goal

Eppure, altrettanto, gli aspetti positivi sono evidenti. Molte squadre, fra cui il già citato  Milan e la Roma sono state completamente trasformate dall’assenza del pubblico. Giocano con convinzione, scioltezza, poco stress e tanta qualità. La potenza di fuoco del pubblico amico/nemico non esiste. Non c’è più né la fretta di segnare per non sentire fischi, mugugni, urla e rimproperi. Non c’è pressione. C’è solo la voglia di vincere, giocare con la testa, condividere una filosofia e valori con il proprio allenatore. Non possiamo sapere, se Kessié (ora uomo di spicco del Milan) si sarebbe riscoperto così dopo quei due o tre anni a giocare da mezzala e in confusione totale fra le smorfie e le grida del pubblico meneghino. Ci sono squadre che sono uscite da questo lockdown cambiate così tanto da sembrare che si fossero immerse nella fonte del Lete. Hanno imparato a gestire la palla, controllare l’avversario, non innervosirsi e a trovare una propria forma di gioco.

E allora c’è, infine, da domandarsi, come mai ora che tutte le squadre sembrano giocare in una bolla di vetro si segna di più e invece prima si segnava di meno?

Come recentemente è stato detto si segna di più dal lockdown in poi, perché l’atmosfera è più vicina a quella di un allenamento. Vero. È la motivazione più corretta e l’interpretazione migliore. Per una volta nel calcio si gioca davvero ad armi pari e il risultato sono imprese e goleade impensabili, come quella che resterà celebre del Bayern Monaco al Barcellona nell’8-2 della semifinale della scorsa edizione della Champions League. Qualcosa che, se pensato al Camp Nou, davanti al pubblico blaugrana sa di impossibile!

La minor paura di commettere errori, la meno frequente pressione del pubblico avversario, la possibilità di sentire meglio le voci di compagni e del proprio allenatore sono tutte caratteristiche di un calcio diverso e nuovo, che ha cambiato anche l’interpretazione del gioco e le dinamiche storiche del campionato.

Effetto lockdown sulle trasmissioni TV

Anche la TV sportiva ha dovuto rivedere la propria fisionomia e il proprio modo di comunicare il calcio alla gente. Non a caso l’alternanza fra le telecronache e le voci dirette dal campo non è un’etichetta di programmi di Sky Sport o DAZN, ma è una variante intelligente per regalare ai tifosi quegli attimi di vita dal campo, che spesso per la presenza fitta di applausi e urla dello stadio, non poteva essere goduta. Questo che ci apprestiamo a vivere per il secondo anno è un calcio meno popolare e sempre più social.

Certo le dichiarazioni restano il “pane per i denti” di opinionisti, commentatori, telecronisti, ma l’aspetto virtuale, soprattutto il legame quasi “panistico” fra la squadra, i giocatori e i tifosi è l’unico ora esistente. Così le TV sono costrette ad andare anche a scovare e raccontare aneddoti, curiosità, critiche che i giocatori o le squadre subiscono anche sui social network per parlare della settimana di passione sportiva durante la telecronaca.

Insomma questo che stiamo vivendo è un calcio mutato e diverso. Forse una parentesi piccola (ci auguriamo) nel corso dei prossimi anni calcistici, ma un inciso, che non va dimenticato. Da casa possiamo vivere come i giocatori sentono il campo, come fra loro si parlano e criticano, come sanno essere persone umane come noi.

Calcio post lockdown: un ritorno al passato? 

Per la prima volta dagli Anni ’50 o ’60 il calciatore è tornato come dire “sulla Terra” e se dal punto di vista economico la situazione è sempre più livellata verso l’alto, dal punto di vista calcistico per la prima volta si rispecchiano in campo i valore tecnici. Senza il dodicesimo uomo, senza la critica o l’esaltazione alle stelle, senza il furore agonistico del pubblico, ogni squadra può dire la sua. Le gerarchie non sono più così prefissate e invalicabili. La squadra materasso non esiste più!

Ci si può permettere di sbagliare, di aprire di più il sipario dello spettacolo, purché si vinca. Lockdown o non lockdown questo resta l’obiettivo primario di sempre e l’unico che davvero conta per fari contenti se stessi e i tifosi.

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