Perché la serie A deve ripartire? Andiamo a scoprirlo meglio fra contraddizioni e propaganda

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Sono pronto a correre il rischio di essere contagiato, ma voglio tornare a giocare. Lo dico con la consapevolezza che il rischio sarà molto piccolo, ma anche per la solidarietà con coloro che hanno giocato per noi dal primo minuto e che continueranno così per molti giorni (i medici ndr).
(…)
Dobbiamo giocare con le massime misure di sicurezza, sapendo che non sarà mai sicuro al cento per cento, per noi come per qualsiasi lavoratore.

(…)
Penso che abbiamo quel debito, dobbiamo restituire alla società quel che abbiamo ottenuto in questi anni, e non dico solo il termini economici: dobbiamo tornare a far divertire la gente, perché non parli solo di virus. Leggo in questi giorni di danni economici, di calendari, di retrocessioni, ma non leggo nulla di passione della gente. Certo, se vedo quanti milioni di persone si muovono attorno al calcio, le tasse, i posti di lavoro.. Ma non è solo quello. Dobbiamo cercare di far divertire di nuovo le persone con il calcio, offrendo col nostro coraggio e la nostra forza un supporto fornendo supporto a tutti i lavoratori che ci hanno mostrato quella forza.

Queste sono le parole pronunciate da Ivan Rakitic, centrocampista del Barcellona, nell’intervista al giornale spagnolo Marca. Parole che esprimono un punto di vista, oltre che legittimo, rappresentativo di una realtà che si discosta dal clima che si sta creando in Italia. E infatti alla fine la Liga ha deciso di riprendere prima della A. 

Nel nostro Paese, al solito, lo spazio era occupato principalmente dalle polemiche. Polemiche finite. ora si gioca, ma non tutto è stato così semplice. Ecco qua un po’ di storia di questa ripartenza!

Serie A: il protocollo

Il punto cardine della ripartenza è il celeberrimo protocollo stilato dalla FIGC e proposto al Governo. Cerchiamo di riassumere in breve in cosa consiste. Il protocollo proposto dalla FIGC è un documento redatto in due parti in cui si spiegano tutte le azioni che le società dovranno seguire dalla formazione del gruppo squadra e l’entrata in ritiro, fino allo svolgimento delle partite.

In questo documento è spiegato, sostanzialmente, che le squadre di calcio avranno delle specifiche norme:
  • squadre costituite da un gruppo chiuso
  • senza contatti con l’esterno
  • un gruppo, isolato in strutture attrezzate e sanificate, e con precauzioni molto stringenti per la prima settimana e via via più permissive, fino alla normalizzazione del lavoro in allenamento
  • continuo monitoraggio della salute dei calciatori e di tutto il gruppo di persone che ne seguono il lavoro (esteso anche ai servizi), sia dal punto di vista fisico che con controlli sierologici e tamponi.
  • in sostanza si chiudono tutti gli addetti ai lavori in un gruppo isolato e super controllato che non ha contatti con l’esterno.

Protocollo Serie A: Nessun rischio zero

Questo protocollo non riduce a zero il rischio di contagio, ma ne limita così tanto la possibilità da rendere praticamente sicuro lo svolgimento delle attività. In sostanza se si garantisce, con la maggiore certezza possibile, che le persone che vengono a contatto non sono contagiate, è evidente che, anche avendo atteggiamenti che all’esterno sono vietati perché possibile motivo di contagio, il contagio non può avvenire.
È evidente che per mettere in pratica questo protocollo è necessario disporre di strutture e di disponibilità economiche che sono sostenibili solo dai club di Serie A. Non è realistico pensare che in Serie B tutte le squadre possano essere in condizione di rispettare il protocollo, ed è assolutamente impossibile nelle serie minori e nel calcio non professionistico.

Serie B e Lega Pro: perché non possono ripartire?

Il costo stimato dell’applicazione del protocollo è di minimo 30.000 € a settimana, senza considerare il costo per le strutture che non sono a disposizione di tutte le società e che quindi dovrebbero essere prese in affitto in alcuni casi. Il peso economico dell’applicazione del protocollo è chiaramente altissimo, ma le perdite che le società dovrebbero affrontare se la Serie A si fermasse è decisamente maggiore.

Serie A: i veri privilegi

Il maggiore equivoco dovuto all’applicazione del protocollo della FIGC è quello di considerare i calciatori come privilegiati. In un momento in cui mancano i tamponi e i test per gli operatori del settore della sanità e per molte persone che presentano i sintomi del virus, i calciatori sono super controllati.

Questo non è esattamente vero, e infatti non è stato un argomento utilizzato dal governo. Il motivo è molto semplice. Non è esatto che mancano i tamponi. Non sono un’attrezzatura particolarmente tecnologica. Per capire di cosa si tratta basta fare una semplice ricerca su Google, scoprendo che il tampone faringeo è semplicemente un bastoncino con una estremità ricoperta di cotone, inserito in una provetta di plastica. Quindi si vuole passare il messaggio che nessuna azienda al mondo è in grado di produrre in breve tempo una quantità sufficiente di bastoncini con un po’ di cotone? Inverosimile.

Un po’ di chiarezza sui tamponi

La parte tecnologica è quella che riguarda l’analisi dei tamponi. Le strutture sanitarie pubbliche non sono in grado di svolgere l’enorme mole di lavoro proposto. Quindi i calciatori sarebbero privilegiati passando davanti alla gente comune per l’analisi dei campioni. Assolutamente no, e questo perché basta rivolgersi a strutture private. Per l’analisi dei campioni è necessaria una procedura denominata reazione a catena della polimerasi (PRC) che consente l’amplificazione dei microrganismi virali e l’individuazione di casi positivi da presenza di patogeni. E ci sono tantissimi laboratori privati in grado di realizzare queste analisi. Anche per questo basta fare una ricerca su Google. Stessa cosa per i test sierologici. I test esistono, basta comprarli.

Quindi i calciatori sarebbero privilegiati perché le aziende per le quali lavorano fanno loro, a proprie spese, i test senza togliere disponibilità alle strutture pubbliche? Lo stesso si potrebbe pensare per le visite mediche che ogni datore di lavoro è obbligato a fare annualmente per i propri dipendenti. Il vero privilegio per i calciatori è che il governo si preoccupi della loro salute in maniera specifica e superiore rispetto alle altre classi di lavoratori.

I calciatori come gli operai

Il vero privilegio è che si pretenda il rischio zero, che evidentemente è impossibile da raggiungere, per i calciatori, mentre non lo si pretende per tutti. Allora l’industria può ripartire, molti servizi ripartono, le poste e il servizio di consegna non si sono mai fermati, la filiera dell’alimentazione non si è mai fermata, i supermercati, ecc.., mentre per il calcio si vuole il rischio zero. Perché? Forse perché il calcio è più in vista e un calciatore contagiato riempie le pagine dei giornali, mentre un fattorino no?

È questo che non è accettabile, la vera disparità. Il rischio zero non esiste per nessuno, e siccome non ci si fermeranno le attività che potrebbero compromettere la salute pubblica, non si dovrebbero fermare i calciatori, che rischiano meno di tutti.

Vincenzo Spadafora: il ministro che si era opposto

In tutta questa storia ciò che più salta all’occhio è il protagonismo di alcuni attori. Su tutti il ministro dello sport Spadafora. L’impressione è che il titolare del dicastero dello sport stesse utilizzando, da buon politico, la situazione ai fini di rendersi protagonista verso l’opinione pubblica. D’altronde quando la politica si trova ad affrontare un problema che coinvolge così tanti appassionati è fisiologico che ne sfrutti la cassa di risonanza. È un atteggiamento che si ripete nella storia italiana, indipendentemente dal colore politico.

Così il vero protagonista di tutta questa storia non è più né lo sport né la salute, è il ministro. Con un atteggiamento ondivago fino a qualche giorno fa che alternava aperture a chiusure, che si prendeva continuamente le prime pagine dei giornali e che usava argomentazioni evidentemente demagoghe affermando che ci fossero cose più importanti del calcio oppure che la salute venisse prima di tutto e il calcio non dovesse avere privilegi rispetto ad altri sport. Argomentazioni abbastanza vuote e banali. Il calcio non chiede privilegi, chiede di utilizzare le proprie risorse per mandare avanti la propria attività, come le altre attività economiche.

Il calcio come La salute pubblica

Il problema di fondo è che si tratta il calcio come se fosse una questione di salute pubblica. È evidente che non lo sia. Non è una questione di salute pubblica perché se, come vuole il protocollo, le persone addette al calcio non avranno contatti con l’esterno la possibilità che questa attività sia veicolo di peggioramento della pandemia è nulla. Non sarebbe nulla se gli stadi fossero aperti, ma non è questo il caso. Se un calciatore o una persona che lavora nell’ambito del calcio si ammalasse? Dal punto di vista della salute pubblica far ripartire la Serie A sarebbe un fatto positivo, perché questa persona sarebbe immediatamente individuata e messa in isolamento. Molto prima e molto meglio rispetto a qualsiasi altra persona che lavora in qualsiasi altro ambito.

Qual era l’interesse del governo nel bloccare il calcio?

La domanda era, quindi, se lo Stato si stava occupando della salute pubblica bloccando la Serie A? La risposta è evidentemente no. E se il fine non era la salute pubblica, qual era? Forse al ministro faceva piacere che i riflettori dello stadio siano puntati su di lui, per una volta, anziché sui calciatori. Ora la stella non sarà più lui. Ma di nuovo i vari Ronaldo, Immobile, Lukaku sono nell’ombra ora sono le stelle che tornerano a brillare.

Una situazione estremamente contraddittoria è quella degli allenamenti consentiti dal 4 maggio nei parchi cittadini. Contraddittoria perché si considerano più sicuri per la salute pubblica, che dovrebbe sempre essere l’obiettivo del governo, mandare la gente comune negli spazi pubblici e non lasciare allenare i calciatori nei centri sportivi, evidentemente più protetti e controllati, e quindi sicuri.

Serie A perché è bloccata? Il caso del calciatore positivo

Una delle obiezioni più diffuse alla ripartenza è il dubbio su cosa si farebbe nel caso che un calciatore risultasse nuovamente positivo al CoViD-19. Detto che con le misure di sicurezza che sarebbero adottate, il rischio di contrarre il virus è infinitamente inferiore a quello di qualsiasi altra persona, se ciò accadesse ci sarebbero due strade possibili da percorrere: bloccare di nuovo tutto oppure considerare la persona malata come un infortunato.

La prima ipotesi è certamente quella che appare più a tutela dei lavoratori del settore, e forse la più percorribile. A questo punto si rischierebbe che tutto si fermasse nuovamente. Ma la domanda è: giusto assumersi un piccolo rischio di doversi fermare ed avere ingenti danni economici, oppure non prendersi nessun rischio di doversi fermare, non ripartendo, e avere certamente ingenti danni economici? La logica suggerirebbe di perseguire la prima affermazione.
La differenza è che allo stato dei fatti se si fermasse tutto e si congelasse la classifica all’ultima giornata completa giocata, si darebbe adito a ricorsi sia da parte delle squadre che non accetterebbero, giustamente, una classifica figlia di un campionato monco in cui non hanno avuto la possibilità di giocarsi le proprie carte sul campo, come da regolamento.
Se invece si ponesse come condizione, per la ripartenza, la rinuncia a qualsiasi ricorso nel caso si trovasse un nuovo positivo e si dovesse congelare la classifica, con i verdetti del caso, questo problema non esisterebbe.
Nel caso, invece, che si considerasse il giocatore trovato positivo, come un infortunato, allora si potrebbe continuare a giocare, con tutte le precauzioni previste dal protocollo della FICG. Questo però esporrebbe tutte le persone coinvolte al rischio di contagio, vista la virulenza dell’infezione. Si è parlato anche della virulenza della malattia, della possibilità che un nuovo contagio possa scatenare una epidemia all’interno del mondo calcio.

Il pericolo diffusione tra i calciatori

Il calcio è uno sport di contatto, i calciatori tendono a stare molto vicini durante le fasi di gioco, negli spogliatoi, e hanno spesso comportamenti poco igienici in campo (sputi, soffiamenti del naso, ecc.). Vero, ma oltre al fatto che, ripetiamo ancora una volta, il livello di controllo sarebbe talmente alto che la possibilità di una positività sarebbe incredibilmente limitata, non è così scontato che la diffusione del virus sia capillare.

Una delle ultime partite giocate è stata Juventus – Inter. Nelle fila della Juventus si sono rivelate le positività di Rugani, Dybala e Matuidi tra i bianconeri. Ma questi calciatori hanno giocato insieme a quelli dell’Inter e tra i nerazzurri non si sono rivelate positività, hanno condiviso lo spogliatoio con i compagni eppure non sono stati tutti contagiati, si sono abbracciati dopo il gol, ma solo i tre sono stati trovati positivi. Allora probabilmente giocare a calcio non è poi così più pericoloso che fare un altro mestiere, e adottando il protocollo FIGC lo è ancora meno.

Serie A: cosa accade se non si riparte?

Lo spettro del blocco dei campionati spaventa il mondo del pallone, e non solo. Bisogna capire che il calcio non è fatto solo da milionari che si rincorrono in un campo verde. Il calcio è fatto da migliaia di persone che lavorano, sia direttamente alle dipendenze della società sia con i servizi collaterali. Basti pensare al Napoli che ha dovuto mettere in cassa integrazione i propri dipendenti.

Quali sarebbero le perdite per la serie A

Le società più importanti hanno fino a mille dipendenti, dagli addetti agli uffici ai magazzinieri, agli addetti alla manutenzione. E poi tutti i servizi connessi alle partite? Dalle vendite di merchandising all’organizzazione degli eventi, dagli addetti ai servizi radiotelevisivi e giornalistici a quelli della ristorazione. Non tutti potrebbero ripartire immediatamente, ma la differenza tra dover mantenere, a spese dello Stato, quindi con la pressione fiscale, migliaia di persone a doverne molte di meno è evidente.
In secondo luogo l’attività economica della Serie A produce un gettito fiscale di oltre un miliardo di Euro verso l’erario. Tale somma è già diminuita dal fatto che, rinunciando alla contribuzione di alcuni mesi di stipendio, molti calciatori non contribuiranno in tale senso. Per fare un esempio banale, se è vero che lo stipendio di Cristiano Ronaldo è esorbitante, pari a 31 milioni di Euro netti, è altrettanto vero che la costo lordo per la società è di 54 milioni 250 mila Euro.

Questo significa che all’erario, quindi alla collettività, vengono versati 23 milioni 250 mila Euro. Solo se non si ripartisse con la Serie A, e solo per i 4 mesi compresi nell’accordo tra i calciatori della Juventus e la stessa società, e solo per questo calciatore, la perdita per lo Stato sarebbe di 7 milioni 750 mila Euro. Allargando l’osservazione alla sola Juventus, la cifra arriva a 30 milioni 445 mila euro (si sono presi i dati della Juventus perché pubblici essendo una S.p.A).

La morte e la vita: le contraddizoni del Corona Virus

Quello che sta succedendo a causa di questo virus è sotto gli occhi di tutti. Non si può ignorare il dolore delle persone, non si possono ignorare le decine di migliaia di morti. Questo è evidente. Come è comprensibile il desiderio di chi sta vivendo questa tragedia di non voler minimamente pensare al calcio e allo sport.

Ciò non significa che tutto si debba fermare. La vita deve riprendere, le attività devono continuare e con queste anche lo sport, che oltre ad un fine salutistico ed economico, ha un grande valore sociale. Seguire le proprie passioni può aiutare la collettività a superare questa situazione, a non pensare per un po’ al dolore e alla crisi, può dare un argomento per occupare queste ore di noiosa quarantena.
Chi non ha voglia, legittimamente, di pensare a questi argomenti in questo periodo, ha il diritto di pensare ad altro, ma fino a quando l’incertezza sulla ripartenza, causata dalla politica, sarà al centro delle discussioni, sarà più difficile non essere infastiditi dall’argomento.

Se non ora, quando?

Se non è questo il momento per ripartire, quando sarebbe? A settembre? A settembre cambieranno le cose e il virus sarà completamente scomparso? Si riempiranno di nuovo gli stadi? Si dimenticheranno le vittime? Niente di tutto ciò.
Dobbiamo imparare a convivere con il virus fino a che non si troverà una soluzione definitiva e per questo ci potrebbero volere mesi. Questo cambierà le nostre vite, ma dovremo andare avanti e lo dovremo fare facendo meno danni possibile, cercando di salvare il salvabile.
La vita deve continuare e con essa le sue passioni, cercando di essere il più “normali” possibile, senza abbassare mai la guardia. La Serie A in queste condizioni, senza pubblico, senza contatto coi tifosi, con tutte le precauzioni, non è vero calcio, certo. Non è nemmeno un campionato da potersi considerare “normale”, né che potrebbe dare adito a festeggiamenti o gioie particolari, ma bisogna abituarsi all’idea che per lungo tempo niente sarà più “normale”.

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